martedì 29 aprile 2014

Sproloqui intergalattici per dadaisti





There was an Old Sailor of Compton, 
Whose vessel a rock it once bump’d on;
The shock was so great, that it damaged the pate,
Of that singular Sailor of Compton







Perdonate la poca concretezza di questo testo, non sono mai stato bravo con le parole, o forse sì, non l’ho mai capito sapete?
E poi cosa vuol dire essere bravo con le parole? Bisognerebbe distinguere, almeno, tra chi è bravo a parlare e chi è bravo a scrivere, non vi pare?  In ogni caso sono fervidamente convinto che alle base di ogni cosa ci sia l’interpretazione. Nulla è qualcosa senza l’elemento più soggettivo, personale e mutevole del cosmo: l’interpretazione. Per questo vi offro questa breve accozzaglia di parole (chiamarlo testo è troppo a parer mio), sarete voi a darne il significato che riterrete più opportuno.
Va Be, veniamo a noi: questo è un piccolo, doveroso e forse irrispettoso tributo a Piacenza; città che ha avuto la sfortuna di vederci crescere e di cullarci fra le sue “dolci” braccia, tra il Po e la Val Trebbia, e che nel bene o nel male rimarrà dentro tutti noi.


Poche semplici precisazioni prima di partire:

  • Non aspettatevi introduzione, sviluppo, né tanto meno una conclusione. Perché? Perché lo decido io, ecco perché
  • Tutti i riferimenti a cose, persone, luoghi, citazioni e altro sono reali, ma io non sono nato a Piacenza
  • Scrivo senza aver assunto nessun tipo di sostanza                                                                     (con buona pace del compianto Coleridge, tra l’altro a me il Romanticismo fa proprio cagare)
  • Se dovete lamentarvi di qualcosa scrivete alla mia mail privata bimbo87@veryhotmail.org
  • Vi ho già detto abbastanza, se non capite, siete dei ritardati
  • Ah quasi dimenticavo: da piccolo volevo fare il poeta, ma questa è un’altra storia




Se Piacenza fosse…


…una ragazza sarebbe timida, riservata, un po’ impacciata e a tratti noiosa da ascoltare (sì esatto proprio come quella ragazza cui state pensando). La darebbe molto poco, a parte rari casi di perdizione totale (festa degli alpini, la propria laurea o quella volta che pensava di aver incontrato l’uomo della vita, ma era solo il classico fesso con le parole giuste). Bar Mazzini, la Mini, vestiti firmati, capello in ordine, tutto al suo posto, almeno così crede lei, ma pochi ragazzi che le ronzano attorno. Perché?


…una posata da tavola sarebbe un cucchiaino: per nulla indispensabile, utile solo per zuccherare il caffè o per degustare il famoso profiteroles delle Caravelle.  A volte ne senti la mancanza, ti servirebbe, sarebbe utile, ma in ogni caso puoi trovare dei facili e immediati sostituti come un cucchiaio più grande o il manico di una forchetta anche se non sono esattamente il fottutissimo cucchiaino di cui avresti veramente bisogno. Tra l’altro, il profiteroles non si mangia con la forchetta da dolce?


…un panino, sarebbe il McToast: il panino più leggero e insignificante della storia. Lui sta li sereno, aspettando che una mandria di fattoni faccia la cagata di scommettere chi ne mangerà di più. Quel giorno (forse è meglio dire quella notte), dalle parti di Sant’Antonio, si sente realizzato e può starsene tranquillo per un po’, soddisfatto, impettito, guardando dall’alto in basso i vari panini McStocazzo. Meglio un giorno da McToast o 100 da Crispy McBacon?


…un mezzo di trasporto, sarebbe una bicicletta. Ci puoi andare in giro quanto vuoi, dove vuoi, ma purtroppo fino ad un certo punto. Ha evidenti limiti, come ad esempio le condizioni meteo o le lunghe distanze, ma anche qualche pregio (come la possibilità di sfuggire all’alcol test). Se sei abituato, è difficile riuscire a farne a meno, perché ti da quel senso di sicurezza e libertà, che difficilmente troverai in un altro mezzo di trasporto, che sia auto, treno o un più spumeggiante deltaplano. A proposito, chi viene con me a bruciare tutte le bici a scatto fisso di questo mondo?


…un’opera d’arte, sarebbe “Mistero e malinconia di una strada”, Pacchio (Re d’Italia), 1914. Sì sì, ok qui sta diventando tutto troppo serio, ma è la verità. Piacenza è una città dove nessun oggetto/cosa/persona sembra avere un vero e autentico rapporto con gli altri. Tranne forse una manciata di ragazzi, troppo diversi fra loro, ma così simili. Saranno mica gay?


…una droga senza dubbio il famigerato Toboga/Jollone/Trombettone. Chi meglio di Piacenza ti regala momenti di pura follia, delirio, esaltazione, “ridarella a crepapelle”, ma ti può rendere molto spesso pigro, demotivato e apatico? Non vuoi fumarne un altro, ma lo fai. E poi ti fa venire fame, una fame incontrollabile.  Questi effetti me li ha raccontati mio cugino, o era tua cugina?


…un animale: ah, qui potevo sbizzarrirmi, sparare cazzate del tipo un kiwy, una pantegana, un’aquila reale. No, in realtà Piacenza è né più né meno un bastardino, di quelli che abbaiano poco, si fanno i cazzi loro, che anche da piccoli non erano per nulla belli o socievoli (esatto, non Demone, non ci puoi andare rimorchiare sul faxhall). Ma comunque svolgono il loro merdoso compito: ti fanno capire che ci sono cani più belli e più ganzi, ma vuoi mettere la soddisfazione di avere un cane che non rompe la minchia e se la shalla con te ogni tanto senza chiederti nulla in cambio?


…una condizione meteo sarebbe la pioggerellina fitta fitta che costantemente bagna la tua esistenza…






Vi avevo anticipato che non ci sarebbe nessun filo logico; o forse sì?
Posso solo dirvi, porca di quella puttana, che volevo scrivere un limerick…ma non ne sono stato in grado.

Dopo la Pioggia viene sempre il Sereno e comunque l’ombrello è da sfigati.

A voi


PS
Piacenza sapete veramente cos’è? E’ un sistema di unità di misura, una stella polare, un punto di riferimento che permette di giudicare e riflettere su tutte le esperienze passate, presenti e future, concrete e astratte.

E ora, posso dirlo:

BUON VIAGGIO

LE METAMORFOSI di FRANZ KAFKA

“Il plagio non esiste. E se siete troppo stupidi per capirlo non meritate di esistere. Viva Luttazzi. Viva la Merda.”



Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Bimbatovich si trovò trasformato in una enorme blatta schifosa. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po' la sua testolina per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, uno semplice sacco del rudo nero sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante che ricordava ampiamente i suoi polpaccini da insetto che già prima della trasformazione amava sfoggiare sulle spiagge di tutto il mondo.

«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua cameretta, una normale mansarda resa abitabile anni addietro da quell’alcolizzato di suo padre, anche se un po' piccola e lurida, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Riusciva perfino ad intravedere la bandiera croata appesa all’armadio. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di droghe svolto da un pacco (Bimbatovich faceva uso quotidiano di droghe), stava appesa un'illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornaletto porno, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signorina con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l'intero avambraccio. Era Bunny Roberts.
Gregor girò gli occhi verso la finestra, e al vedere il brutto tempo - si udivano le gocce di pioggia piacentina battere sulle lamiere delle baracche circostanti- si sentì invadere dalla malinconia. «E se cercassi di dimenticare queste stravaganze facendo un altro sonnellino?» pensò Bimbatovich, ma non potè mandare ad effetto il suo proposito: era abituato a dormire sul fianco destro. Una vecchia abitudine per non rischiare di morire soffocato dal vomito di un’eventuale overdose, ma nello stato attuale gli era impossibile assumere tale posizione. Per quanta forza mettesse nel girarsi sul fianco, ogni volta ripiombava indietro supino. Tentò almeno cento volte, chiudendo gli occhi per non vedere quelle gambette disgustose divincolantisi, e a un certo punto smise perché un dolore leggero, sordo, mai provato prima cominciò a pungergli il fianco.

«Porco Dio,» pensò, «che mestiere faticoso ho scelto! Dover prendere droghe tutti i santi giorni... Ho molte più preoccupazioni che se lavorassi in proprio a casa, e per di più ho da sobbarcarmi a questa tortura dei bad trip, all'affanno delle coincidenze per lo spaccio, a pasti irregolari e cattivi, a contatti umani sempre diversi, mai stabili, mai cordiali. All'inferno tutto quanto!» Sentì un lieve pizzicorino sul ventre flaccido; lentamente, appoggiandosi sul dorso, si spinse più in su verso il capezzale, per poter sollevare meglio la testa, e scoprì il punto dove prudeva: era coperto di tanti puntolini rossi, di cui non riusciva a capire la natura; probabilmente iniezioni da siringa. Con una delle gambe provò a toccarlo, ma la ritirò subito, perché brividi di freddo lo percorsero tutto.

Si lasciò ricadere supino. «Queste levatacce abbrutiscono» pensò. «Un uomo ha da poter dormire quanto cazzo gli pare. Dire che certi drogati fanno una vita da favorite dell'harem! Guarda il Pacchio! Quante volte, la mattina, rientrando alla locanda per copiare le commissioni raccolte, lo trovo che sta ancora facendo colazione al Carillon. Mi comportassi io così col mio spaccino! Sarei sbattuto fuori all'istante. E chissà, potrebbe anche essere la miglior soluzione. Non mi facessi scrupolo per quei mentecatti dei miei genitori, già da un pezzo mi sarei licenziato, sarei andato dal principale e gli avrei detto chiaro e tondo l'animo mio, roba da farlo cascar giù dallo scrittoio! Il mio principale! Curioso il suo cognome, Simeonovich, non viene da queste parti. Curioso poi quel modo di starsene seduto lassù e di parlare col dipendente dall'alto in basso, da buon terrone; bisogna sempre andargli vicinissimo e scandir bene le parole, senno non capisce. Be', non è ancora persa ogni speranza; una volta che abbia messo insieme abbastanza soldi da pagare il debito dei miei genitori contratto con quella banda di equadoregni, mi ci vorranno altri cinque o sei anni, non aspetto neanche un giorno e do il gran taglio. Adesso però bisogna che mi alzi: alle cinque devo vedere Mario Spallazzi.»

E volse gli occhi alla sveglia di DragonBall che ticchettava sul cassettone, eredità della nonna Sinti defunta. «Santo cielo!» pensò. Erano le sei e mezzo: le sfere del drago continuavano a girare tranquille, erano anzi già oltre, si avvicinavano ai tre quarti. Che la suoneria non avesse funzionato? Dal letto vedeva l'indice di Goku ancora fermo sull'ora giusta, le quattro: aveva suonato, non c'era dubbio. E come mai, con quel trillo così potente da far tremare i mobili, lui aveva continuato pacificamente a dormire come una lontra? Via, pacificamente proprio no; ma forse proprio per questo più profondamente. Che fare, ora? Il prossimo treno partiva alle sette: per arrivare a prenderlo avrebbe dovuto correre alla bruttodio, e il campionario di droghe era ancora da riavvolgere, e lui stesso non si sentiva troppo fresco e in gamba. Del resto, fosse anche riuscito a prenderlo, i fulmini del principale non glieli cavava più nessuno, perché al treno delle cinque era andato ad aspettarlo il fattorino della ditta, lo Spallazzi; e sicuramente già da un pezzo aveva ormai riferito che lui era mancato alla partenza. Era una creatura del principale, un essere invertebrato, ottuso. Darsi malato? Sarebbe stato un ripiego sgradevole e sospetto: durante cinque anni d'impiego Gregor Bimbatovich non si era mai ammalato una volta. Mai aveva saltato un giorno di lavoro, seppur spesso non venisse pagato con regolarità. Certamente sarebbe venuto il principale a casa, insieme al medico della mutua Beltranòv, avrebbe deplorato coi genitori la svogliatezza del figlio e, tagliando corto ad ogni giustificazione, avrebbe sottoposto il caso al dottore, quell’essere inferiore per il quale non esisteva che gente perfettamente sana ma senza voglia di lavorare. E si poteva poi dire che in questo caso avesse tutti i torti? In realtà Gregor, a parte una sonnolenza veramente fuori luogo dopo tanto dormire, si sentiva benissimo, aveva anzi un appetito particolarmente gagliardo. Già pregustava gli stuzzichini della Mina, che con tanto amore probabilmente in quel momento stava già preparando nel sottoscala del Bar Cheope.

Mentre in gran fretta volgeva tra sè questi pensieri, senza sapersi decidere ad uscire dalie coltri, sentì bussare lievemente alla porta dietro il letto. «Gregor,» chiamò una voce - quella di sua madre -, «manca un quarto alle sette, non dovevi andare a lavorare?» Dolcissima voce! All'udire la propria in risposta, Gregor inorridì: era indubbiamente la sua voce di prima, ma vi si mescolava, come salendo dai precordi, un irreprimibile pigolio lamentoso; talché solo al primo momento le parole uscivano chiare, ma poi, nella risonanza, suonavano distorte, in modo da dare a chi ascoltava l'impressione di non aver udito bene. Troppo fresco era il ricordo di quel che era accaduto al suo amico di sangue Baldihn. Una rara malattia l’estate precedente gli aveva precluso la capacità di parlare propriamente. Solo un suono che pareva quello di un’anatra morente fuoriusciva dalla sua bocca. Gregor ne era rimasto impressionato e da allora, non faceva altro che pensare alla infelice fine del suo amico. In quel momento alla madre Gregor avrebbe voluto rispondere esaurientemente e spiegare ogni cosa, ma, viste le circostanze, si limitò a dire: «Sì sì, grazie mamma, vattene un po’ affanculo ok? mi alzo un po’ quando mi pare! Sono grande ormai!» Evidentemente la porta di legno non permise che di là ci si accorgesse della voce mutata, poiché la mamma non insistè oltre e si allontanò. Ma il breve dialogo aveva richiamato l'attenzione degli altri familiari sul fatto che Gregor, contro ogni previsione, era ancora in casa; e già ad una delle porte laterali bussava il padre, piano, ma a pugno chiuso. «Gregor, Gregor, porco Dio!!» chiamò, «che succede? Mannaggia alla Madonna!» E dopo un breve intervallo levò di nuovo, più profondo, il richiamo ammonitore: «Gregor! Dio Merda!Gregor!!!» Intanto all'uscio dirimpetto si udiva la sommessa implorazione della sorella: «Gregor! Non stai bene? C’hai venti euro da prestarmi?» «Ecco, adesso mi avete proprio rotto le palle,» rispose lui in tutte e due le direzioni, e si sforzò di togliere alla voce ogni inflessione strana pronunziando molto chiaramente le singole parole e intercalandole con lunghe pause. Il padre infatti se ne tornò alla sua colazione, ma la sorella sussurrò: «Apri, Gregor, te ne scongiuro. Ho bisogno di quei venti euro! Apri dai!» Ma Gregor si guardò bene dall'aprire, anzi lodò in cuor suo l'abitudine presa abitando nei peggiori periferie del pianeta di chiudere sempre, anche a casa, tutte le porte a chiave e con una sedia fissata alla maniglia.
Per prima cosa voleva alzarsi tranquillo e indisturbato, vestirsi e soprattutto far colazione, e solo dopo pensare al resto: giacché, se ne rendeva ben conto, standosene a letto ad almanaccare a destra e a manca non avrebbe mai risolto nulla di sensato. Si ricordava che già parecchie volte, a letto, gli era avvenuto di sentire qualche dolorino o avere qualche perdita fecale, provocate probabilmente da una posizione sbagliata, ed aspettava ansioso di veder dileguarsi una ad una quelle chimere. Che poi il cambiamento di voce non fosse altro che il prodromo di un potente raffreddore, malattia tipica della sua professione di pusher, gli pareva indiscutibile.

Non ebbe alcuna difficoltà a rimuovere il sacco del rudo usato da coperta: gli bastò gonfiarsi un poco, ed essa cadde a terra da sè. Ma lì cominciavano i guai, segnatamente a causa dell'inusitata larghezza del suo corpo. Per alzarsi, avrebbe dovuto far forza sulle braccia e sulle mani, mentre non possedeva più che quella fila di gambette, annaspanti senza tregua nei modi più svariati ed incontrollabili. Se cercava di piegarne una, era proprio quella la prima ad irrigidirsi, e quando finalmente riusciva a farle compiere il movimento voluto, tutte le altre si dimenavano come scatenate, in un'agitazione intensissima e dolorosa. «Ma cosa cazzo ho pigliato ieri sera, che mi ha ridotto in questo stato?» riflettè Gregor. Il cellulare squillò.



Continua…

Editoriale 1

    Egregi lettori,

domani che sarà mercoledì verrà pubblicata non una ma ben due avventure, come viene naturale pensare visto che siamo tanti e belli. Dato che mi piace particolarmente leggere le egregie produzioni,  manterrò un regime di bollatura nei confronti degli autori piuttosto rigido, per tenere la mente flessibile. Domani insieme ai pezzi spero di riuscire a pubblicare qualche biografia in più degli autori.
Vediamo se mi arrivano le indicazioni necessarie da parte di un paio di persone.


Sono contento di aver ricevuto riscontri positivi sugli scritti pubblicati sia da personalità importanti come Garcia Marquez, sia da persone comuni come Dipre'.


Vi voglio creativi, fatemi ridere e piangere.


Il per sempre Vostro
Giallo


Io con alcuni amici incontrati in coda alle poste

mercoledì 23 aprile 2014

Metamorfosi Fagiolare

Fu li che la conobbi. La fermata dell'autobus di tobruk quella mattina aveva un aspetto diverso dal solito. La pioggia caduta copiosa in nottata si era ridotta ad una miriade di gocce che accarezzavano, con infestante gentilezza, le foglie del prunus sovrastante la pensilina. Lei era lì seduta sul marciapiede a gambe incrociate, con l'aria di che è scappata da un luogo inospitale.
Avevo la sensazione di averla già vista, probabilmente a scuola, al di là del cavalcavia autostradale, quando ancora i Grifon d'oro non avevano innescato la guerra civile che ora ci costringe ad una vita di tremenda obnubilazione ed inefficienza, intrappolati a Borgo trebbia. La prima impressione che ne ebbi era che lei non potesse essere una di loro; la sua anima da Corvo nero traspariva nel modo volgare di fumare la sigaretta ed esplose prepotentemente assieme al giadone che le sue rosse labbra spedirono all'indirizzo del lunotto posteriore, nel mentre la macchina filava spedita verso l'abitazione della Nobildonna di Fiorenzuola.
Sul momento non le badai più di tanto, quella mattina dovevo pensare io a tutti gli altri Serpe verde della comunità del Borgo ed ero di fretta. Le consuete bisbocce della sera precedente avevano prodotto quei soliti venti – venticinque minuti di incertezza a riguardo dell'utilizzo della rivoltella per farla finita ed ero perciò in ritardo.
La Nobildonna non se la passava poi così male, faceva parte della storica casata Grifone degli Schippisi-Fontana ed allo scoppiare dell'ennesima guerra, stanca e demotivata, decise di voltare gabbana e di sovvenzionare segretamente la resistenza dei Serpe verde, creandosi la migliore delle coperture: far finta di dar fuori di matto. Ogni giorno,travestita da vecchia megera, si presentava davanti al Sigma di Fiorenzuola salvo poi ritirarsi ogni notte nella sua tenuta, giusto alle spalle della sala da ballo per omosessuali, bisex e trangender, Chikos. Che dire, a quel tempo la Nobildonna alimentava la nostra disperata necessità di autodistruzione, mettendoci a disposizione ogni genere di sostanza atta all’alterazione della coscienza, dagli alcolici alle droghe sintetiche, passando per gli oppiacei. Tutto questo senza chiedere in cambio una cosa che fosse una, men che meno del denaro, o come piaceva dire lei “dei söd”. Ogni volta, prima di andare a perdere cervello e dignità, bestemmiando ed urlando frasi sconnesse in idioma locale, ci raccomandava di rimanere ben concentrati lungo la strada dello sballo, tenendosi alla larga dai pulotti Grifon d’oro ed anche e soprattutto dai Corvo nero; questi ultimi, umanoidi di animo debole ed altamente corruttibile, vivevano nei bassifondi della "city" piacentina, sempre alla ricerca dell’edonismo più estremo; necessitavano di energie umane per stare al mondo e, non venendo minimamente tenuti in considerazione dalle ricche casate dei Grifoni, erano perennemente a caccia di giovani Serpi. Le loro modalità d’azione erano sempre le stesse: succhiare vita attraverso il contatto delle mani e della bocca con il membro del malcapitato.
Con il pensiero ancora bloccato alla fermata dell’autobus numero quattro (Ospedale – Ferrovia –Borgotrebbia) gustai un buon caffè offerto dalla vecchia, che sul finire mi scagliò addosso la tazzina dandomi del "putanon" ed intimandomi "vera cul negosi lè"; capii che stava già entrando in clima lavorativo e così, finendo di stipare l’autovettura con lacci emostatici, siringhe e biglietti della metro da un euro, affrettai la dipartita. Rientrando incrociai di nuovo quella dolce creatura dimenticata dal signore; il sole ora stava irradiando caldi raggi e la donzella cercava invano di coprirsi attraverso una corta giacchetta di jeans, che lasciava comunque scoperto il ventre color del latte. Mentre si adoperava alla ricerca di qualcosa a fianco ad un cumulo di letame alzò la testa lanciandomi un’occhiata di fuoco ed i nostri sguardi si incrociarono per una frazione di secondo, sufficiente per darmi conferma del colpo di fulmine intercorso qualche mezz’ora prima. Rimasi scosso. Dentro di me sapevo che non era cosa buona e giusta, che un contatto con questa persona era altamente pericoloso e che poteva portarmi ad una triste vita morente, nonchè ad una metamorfosi fagiolare. Ma nel fondo del mio cuore la decisione era già presa, volevo conoscere l’amore.
Non feci menzione con nessuno di quanto accaduto. Mi limitai a fare la solita colazione ricca di sproloqui e improperi con tutti gli altri poveri cristi; tavernello, fonzies scaduti e soldi rossi del monopoli mi convinsero che dovevo tornare da lei.
E questo feci. La caricai in macchina e da quel momento la mia vita cambiò, inondata dalla necessità della mia dolce metà di fare incetta delle mie energie. Piombai in un estremo vortice di voluttà, lasciando che lei succhiasse la mia anima attraverso la sua bocca carnosa e le sue piccole manine tozze. Cominciammo a frequentare la "city", a confonderci con i Grifon d’oro, in preda ad un febbrile delirio di onnipotenza dettato dall’abuso di tutto quel ben di dio che proveniva dalle dispense della Nobildonna, mentre le mie gambe si assottigliavano sempre più. Non ci volle molto tempo prima che la comunità del Borgo si accorgesse di tutto. Nessuno di loro vedeva di buon occhio la questione. Dall’arrivo del Corvo il quantitativo di speed disponibile era drasticamente calato, per non parlare di quella infamante accusa di aggiotaggio che mi perseguitava da quando dovetti rapire le tre scimmie che tenevamo in giardino (il Corvo si dissetava solo attraverso il loro seme).
Ero esiliato. Le gambe cominciarono a cedere e le braccia cominciarono a perdere il loro antico vigore. Le energie che potevo rendere disponibili al Corvo erano sempre meno e pian piano lei mi abbandonò inseguendo altri membri. La cercai per mare e per terra, disperatamente. Finalmente una sera decisi di raccogliere il mio coraggio a piene mani, mi travestii di tutto punto ed entrai in solitaria al Baciccia Caffè Letterario da dio. La coccarda, simbolo della casata Grifone dei Mezzadro-Fantigrosso, spillata sulla polo tommi hilfiger un poco slavacciata per fare finto fattone, mi aiutò a confondermi tra i raga per i primi cinquantadue secondi. Poi la vidi. Era lì che faceva l’oca, stropicciando i suoi teneri ed a lungo stuprati seni addosso a villosi petti Grifoni. Con le poche forze rimaste la presi in braccio; nonostante le mie gambe e braccia fossero ormai assimilabili a degli stecchetti da arrosticini riuscii a scagliarla nell'autovettura. Fuggimmo, anche se inseguiti da una pattuglia di finanzieri inviperiti a causa del presunto ratto di una Grifona per mano di una Serpe. Trovammo riparo nella chiesa sconsacrata del Borgo e consumai quella notte l’ultimo tormentato e totale atto sessuale della mia misera esistenza. Come ritorsione, mentre il mio amore aveva se stesso come unico argomento, la comunità andava in fiamme sotto i colpi di catapulta delle forze dell'ordine della "city".
L’illusione dell’amore mi aveva reso un fagiolo ed ora, salvato e medicato dalla Nobildonna, sopravvivo a malapena e la vecchia si prende cura di me come fossi un figlio all’interno del suo confortevolissimo carrello per la spesa, tante volte in precedenza utilizzato a sproposito. Zio porcone ho addirittura cinquecento lire a portata di naso. Volendo posso pure scassarmi un caffè. Forse.

Meglio fagiolo o bruciato vivo? Dura lotta. Per non saper nè leggere nè scrivere meglio fagiolo.

martedì 22 aprile 2014

La haine



think about thinking of you
summertime, think it was june
yeah, I think it was june




Gualtiero è un ragazzo qualunque che vive in una città qualunque, una piccola città italiana come potrebbe essere per esempio Piacenza. In realtà non vive a piacenza, ma per semplificare la cosa diremo che vive a Piacenza.
Ad essere pignoli, Gualtiero in realtà non è proprio qualunque, ha tre caratteristiche che lampantemente lo distinguono da tutti gli altri ragazzi di, per esempio, Piacenza. La prima caratteristica (rara al giorno d'oggi, ma parecchio millantata dai più) è quella di saper capire, dopo poco tempo che interagisce con un individuo, la sua indole, la sua storia. Non male, vero? La seconda caratteristica è ancora più peculiare: Gualtiero infatti sa far esplodere la testa delle persone a suo piacimento. Cioè, non proprio esplodere, diciamo che è più come se si vaporizzasse in pochi minuti, tra atroci sofferenze del malcapitato, lasciando solo un corpo senza capo. Cruento, vero? La terza caratteristica di Gualtiero è il possedere una smodata passione per il lacrosse, uno sport tanto orribile e noioso quanto da effeminati, ma questa e' un'opinione del tutto personale.

Gualtiero come ogni mattina si alza dal letto e per una strana coincidenza, proprio oggi che è il suo compleanno, gli sono entrati i ladri in casa. Han fatto un macello ma c'era poco da rubare. Beh ora gli gira parecchio il cazzo, povero Gualtiero. Gualtiero compie ogni anno gli anni il 2 giugno che è anche festa nazionale, quindi decide come ogni anno di farsi un bel giro in centro godendosi il sole estivo nelle vie del borgo, poi la sera si vedrà. Mi sono dimenticato di dire che Gualtiero è un tipo piuttosto solitario e che nonostante le sue caratteristiche non ama parlare con la gente, non ha mai ucciso nessuno facendogli esplodere la testa e soprattutto non sa giocare a lacrosse (la guarda in streaming). Mi sono anche dimenticato di dire che Gualtiero, preso dal disappunto per l'inaspettata visita dei ladri, si è dimenticato di svolgere parte della sua routine mattiniera: si è infatti completamente scordato di assumere le sue medicine, particolare non da poco, vedremo più avanti.
Gualtiero vuole uscire al più presto da casa, si sente oppresso, apre la porta d'ingresso che per esempio è situata in viale Primogenita e si dirige per esempio verso via Roma.

Dopo pochi passi si rende conto che la sua giornata è iniziata proprio male. Ladri a parte, la vicina di casa non si è ricordata del suo compleanno e la cosa lo infastidisce parecchio. Da anni Gualtiero vive in quel condominio e la signora Pagliuzzi si era sempre ricordata di fargli in un qualche modo gli auguri dal balcone da cui è sempre affacciata. Oggi nulla. Questo infastidimento gli è sconosciuto e ad ogni passo che fa si sente sempre più irritato: arriva per esempio in piazzale della Lupa e finalmente vede una faccia amica, il suo ex panettiere di fiducia Roberto con il suo cane denominato Roby al guinzaglio.

Roberto è un signore sulla sessantina e da quando è in pensione si è comprato un bel cane a cui dedica tutte le sue attenzioni. Roberto si sente parlerino, il sole è caldo ma non fastidioso e quindi blocca Gualtiero con un perentorio "ah, non potrei più vivere senza il mio Roby". Gualtiero è stupito da questo approccio improvviso, più che stupito si direbbe irritato,forse anche a causa di tutti i brutti episodi avvenuti poc'anzi. Accenna un sorriso, fa per andarsene, ma Roberto continua: "Quando torno a casa dall'esselunga mi fa le feste per un'ora! Dovresti vederlo!" e accarezza il cane denominato Roby violentemente tra le orecchie. Roby sembra apprezzare la violenza. Vista l'insistenza di Roberto, Gualtiero comincia a riflettere su quell'uomo, costretto come tanti a cercare la cieca e immeritata obbedienza e amorevolezza di un essere vivente capace di fare le feste persino al mostro di Rostov. Gualtiero pensa che di solito gli amanti di questo amore immotivato sono spesso esseri umani delusi da altri esseri umani, che preferiscono un bavoso dispensatore casuale di affetto rispetto ad impegnarsi per migliorare come persone, a rialzarsi dopo le normali cadute della vita. Gualtiero raggiunge il limide massimo dell'infastidimento quando Roberto gli dice che puo' accarezzare Roby, quindi decide di fargli saltare l'arteria cerebrale superiore. Roberto balbetta qualcosa, è in stadio confusionale pre-esplosione (richiede sempre un certo lasso di tempo), quindi il momento ideale per Gualtiero di andarsene verso per esempio via Roma con nonchalance. Non è risentito per quello che ha appena fatto, si è già quasi dimenticato di Roberto e di Roby, ma continua tuttavia ad essere infastidito. 

Ha raggiunto ormai per esempio i giardini del merluzzo quando incontra un gruppo di immigrati che di fronte ad un call centre decidono, apparentemente senza motivo, di guardarlo in cagnesco e di interloquire con lui tramite incomprensibili parole in arabo, ridendo sonoramente della sua espressione interrogativa. Poco più in là, sull'altro lato della strada (sicuramente in quel posto per provocazione), c'è un gazebo di un partito politico che storicamente ha come programma il non amore per gli immigrati. E' composto da poco più che ragazzini e uno di loro ha la faccia di uno che durante tutto il suo corso di studi è stato discretamente picchiato dai compagni di classe. Sembra che sia lì quasi per vendicarsi di una vita passata a prendere sberle e subire le angherie dei ragazzi più grandi. Il giovane si avvicina per consegnargli un volantino che spiega in dettaglio un programma basato sull'eliminazione degli immigrati e della conseguente nonchè automatica ripresa dell'economia. Gualtiero, che a questo punto è davvero scocciato, decide di porre fine all'esistenza del povero militante politico, ma anche del povero arabo che aveva deciso di infastidire senza motivo un innocente passante. I due giovani, così lontani per vita ed idee e così vicini nel loro ultimo istante, cominciano a farfugliare parole sconclusionate.
Gualtiero vorrebbe solo godersi il sole di Giugno, ma non riesce a non pensare a tutta quella povertà umana che solo oggi sembra essersi conto di circondarlo. 


Quando sta per entrare in Piazza Duomo, per esempio, decide di perpetrare un rito che gli appartiene. Ogni volta che si trova da quelle parti beve un bel cordiale al bar sotto i portici, per esempio vicino al negozio di sport. Si accomoda sullo sgabello al bancone perchè è da sempre convinto che i tavolini dei bar siano pieni di germi, mentre il bancone viene pulito più spesso. Ordina il cordiale alla simpatica barista e non può fare a meno di notare che ci sono due anziani signori proprio vicino a lui che commentano le notizie sul giornale cittadino. Si lamentano che i giovani non lavorano con la grinta necessaria, commentano notizie sull'aumento del consumo di stupefacenti in città e fanno paragoni con quelli che definiscono "i loro tempi". Gualtiero nota che la cameriera, da simpatica, si rivela infine anche piuttosto pigra: si è soffermata a leggere un messaggino sul suo cellulare e il cordiale non sembra arrivare da solo nelle sue mani. I ladri, la vicina smemorata e il cordiale sono decisamente troppi contrattempi per la giornata. I due anziani di fianco a lui continuano nella lamentela: uno sembra essere stato un edicolante, l'altro un infermiere andato in pensione a poco meno di quarant'anni, negli anni d'oro delle pensioni facili. Con un rapido calcolo Gualtiero stima che i due individui si stanno lamentando metodicamente ogni mattina da circa trent'anni. Il cordiale continua a rimanere nel frigo. Gualtiero decide di risparmiare la barista perchè la vede accigliata nella lettura del messaggino, ma per i due anziani non c'è pietà. Finge un'urgenza, saluta l'accigliata barista ed esce.


Gualtiero odia una via, che per esempio potrebbe essere via Venti Settembre in questa storia, perchè è esattamente come ogni altra via di ogni altra città del mondo occidentale, stessi negozi, stessi marchi, una fotocopia di tante fotocopie, ma in salsa provinciale. Passa allora per esempio per via Chiapponi e chi ti incontra? Un altro gazebo politico! C'è un giovane urlatore di professione che cerca di illustrare a passanti piuttosto indifferenti le problematiche dei lavoratori moderni (che tende a chiamare proletari) e auspica un tracollo dei profitti dei proprietari delle industrie locali e mondiali (che tende a chiamare i padroni). Gualtiero si chiede come mai ha l'impressione che l'urlatore non abbia mai passato più di un giorno a lavorare. E con lavorare, Gualtiero, intende: lavorare come lavorano i da lui denominati proletari. Gualtiero sembra infastidito da questa caricatura, ma non opta per nessuna esplosione, a volte l'essere caricature di se stessi può salvare la vita: c'è bisogno di persone ridicole, pensa. Tanto c'è solo quel gruppetto di giovani ad ascoltarlo, con piercing e capelli piuttosto unti, ovvero la tipica divisa che si indossa appena prima di andare a fare il cameriere in una pizzeria di Londra per qualche mese (chiamata da alcuni come "esperienza all'estero o esperienza di vita"). "Tante belle cose, caricature!" pensa Gualtiero mentre si allontana con un ghigno.

Gualtiero non ha abbandonato l'idea di un cordiale e si reca nel bar più vicino a per esempio Piazza Sant'Antonino. Purtroppo è difficoltoso entrare nel locale in quanto ci sono cinque uomini piuttosto corpulenti e chiassosi che bevono e brindano con birra alle undici del mattino. Hanno tutti un giubbotto identico, nonostante il caldo, e sono in tuta. Probabilmente appartengono ad una squadra sportiva, pensa. Sono molto irrispettosi nei confronti degli altri avventori del bar in quanto si tirano testate e narrano delle loro ubriacature a voce piuttosto alta. Gualtiero vuole solo un cordiale in santa pace, ma la cameriera, poverina, deve sottostare agli scherzi di questi cinque muscolosi buontemponi. Gualtiero prova pena per questi uomini che sanno essere qualcosa solo in gruppo, solo sotto uno stemma, che fanno cose solo per poterle raccontare ai compagni. Il cordiale non solo non arriva, ma è impossibile anche da ordinare, visto il tumulto. Tu lettore potrai facilmente immaginare lo scoramento del nostro Gualtiero nel vedersi ritardare la bevuta della preziosa bevanda ancora una volta. Un solo modo gli viene in mente per acelerare il processo, ponendo fine al vociare e alle paccate sulla schiena. Nella perdita di controllo dei propri movimenti che precede il "flop" dell'esplosione, uno degli sportivi urta il cappello di Gualtiero che finisce -vedi un po' che sfortuna- proprio sul tavolino del bar. Inorridito dalla sua fobia per i tavolini dei bar, Gualtiero è costretto a buttare il copricapo nel primo cassonetto. Questo è davvero troppo. "Ma ci sono solo persone così inutili qui fuori, oggi?" si chiede.

La giornata si sta facendo tutt'altro che divertente, non sembra proprio ci sia l'umore per festeggiare. Gualtiero decide di tornare a casa in quanto c'è la diretta di un match di lacrosse in Canada, patria del lacrosse per antonomasia.

Finito il suo tamarindo e soddisfatto dello spettacolo offerto dalla partita decide di andare a farsi una doccia e mettersi in ordine per l'imminente cena.
Gualtiero, sotto la doccia si accorge che dopo aver ucciso una decina di esseri umani si sente parecchio più leggero. Di fronte allo specchio, in accappatoio, inghiotte in fretta e furia la manciata di psicofarmaci che ormai da decenni gli fanno da carammelle e finalmente decide dove andare a mangiare: per farsi un regalo Gualtiero vuole mangiare al ristorante. Si reca dunque per esempio in via Cittadella, per esempio in un noto e antico ed economico ristorante in cui servono per esempio una sostanziosa carbonara. Il locale è piccolo, due sale e pochi tavoli, massimo una decina. Il caso vuole che il corpulento oste lo sistemi nella sala dietro, quella in cui c'è una rumorosa tavolata di ragazzi che festeggiano qualcosa, o forse stanno solo avendo una chiassosa cena. 

La leggerezza conquistata durante la calda giornata di inizio estate si dissolve immediatamente dopo due minuti di urla e risate provenienti dal tavolo vicino. Gualtiero in un attimo ripensa ai ladri, alla vicina che non si è ricordata del compleanno, e al cordiale e al cappello e tutto diventa più irritante. Uno dei giovani minaccia di vomitare sulla sella della bicicletta di un'altro degli avventori del tavolo. Bevono grandi caraffe di vino rosso frizzante bello fresco, ridono rumorosamente. 
Un attimo. Sono diversi dagli sportivi del bar della mattinata, pensa Gualtiero, hanno qualcosa di strano. 
Ora si è fatto curioso, li guarda con attenzione, vuole capire perchè sono così diversi da tutta l'umanità che ha incontrato oggi. Sono molto diversi tra di loro, questi ragazzi, ma sembra si compensino, si dice. Sanno ridere di loro stessi e sembra non abbiano paura del mondo, pensa. Si vede dai loro occhi che amano le loro ragazze con la purezza e l'innocenza dell'adolescenza. Si vede dal modo di parlare che hanno il futuro ai loro piedi, che sanno di poter fare tutto. Sono belli, sono intelligenti, sono fuori dalla norma, dalla media. E probabilmente, ci giurerebbe, non hanno neanche il sentore che questa sera sarà nella loro memoria per sempre, non se ne accorgono perche' son troppo impegnati a viverla. 

Gualtiero per la prima volta nella giornata sorride. Sorride al pensiero che i ragazzi non sembrano premurarsi di scattare una foto di loro stessi, tutti insieme, e si chiede se mai questi ragazzi ce l'abbiano o ce l'avranno mai, una foto del genere. Guardandoli attentamente, pero', c'è anche una strana malinconia nei ragazzi, pensa Gualtiero mentre sorseggia curioso il vino di pessima qualità, e questa malinconia non può che essere sinonimo di un briciolo di saggezza in un mare di spensieratezza. Sanno che tutto questo è troppo perfetto per poter durare per sempre. Non per cinismo, per puro realismo: la perfezione non è eterna, vero? L'età dell'innocenza e della purezza finisce per tutti, anche se in momenti diversi, anche se per cause diverse, anche se nel momento in cui finisce saranno soli.

Gualtiero è contento ora, lo si capisce dai suoi gesti rilassati, pensa che sta assistendo a qualcosa di unico, è testimone in quella stanza di quel processo tanto raro quanto inspiegabile che lui vede come un intreccio di fili rossi.
Avrai capito a questo punto che il nostro Gualtiero è un po' strano, se tu lettore sei un attento osservatore... Ma tant'è, è fatto così, e ad ogni risata, ad ogni parola, lui vede che tra i ragazzi si formano dei sottili fili rossi che hanno la fragilità della seta, una fragilità solo apparente. Gualtiero si chiede anche come mai molta della gente la fuori non si renda conto di quanto è sfortunata a non averli mai avuti, questi fili rossi. E mentre uno dei ragazzi esce dalla stanza col chiaro intento di mantenere la sua promessa a scapito di un sellino di bicicletta, Gualtiero è sicuro che i ragazzi abbiano la certezza che in futuro questi fili rossi, durante lunghe e solitarie notti, li potranno quasi toccare.