Outside the frame, is what we're leaving out
You won't remember anyway
I can go with the flow
Le api tornano sempre al loro alveare e non sbagliano mai, neanche se ci sono due alveari identici uno di fianco all'altro. La scienza ci si è spaccata il cervello per capire come fanno.
Le api sono bene organizzate e hanno tutte compiti molto precisi affinchè il sistema alveare possa funzionare senza intoppi. Questi piccoli insetti su cui si regge da milioni di anni tutta la vita del pianeta possono sembrare tutti uguali a un primo colpo d'occhio, ma ovviamente tra di loro si riconoscono al volo: vorrei fare il paragone con i negri o con i cinesi, ma rende poco.
Questa è la storia di un'ape, una singola ape, per la precisione un fuco, il maschio dell'ape. E' sera e la dura giornata di lavoro finisce per tutti e tranne per le api che devono sorvegliare l'alveare, tutti tornano nelle loro microcelle tutte uguali. Non è una sera particolarmente diversa dalle altre, se non fosse che oggi il fuco ha visto per la prima volta un suo simile morire. Non riesce a pensare ad altro mentre sale le scale di cemento nudo che portano alla sua celletta, è assorto e le luci al neon bianco avorio si riflettono sulla sua faccia ingrandendogli le occhiaie a dismisura e facendolo apparire ancora più un fantasma di quanto lo siano tutte le api e i fuchi che come lui stanno percorrendo gli infiniti gradini grigi. Non riesce più a ricordarsi cosa pensava ieri sera alla stessa ora, o tutte le sere precedenti della sua vita, tanto è focalizzato sull'istante del suicidio del suo simile. Eh già, perchè di suicidio si tratta: è risaputo che le api possono pungere una sola volta nella loro breve e laboriosa esistenza. Eh già, perchè anche di tentato omicidio si tratta.
Questa è la storia di un'ape, una singola ape, per la precisione un fuco, il maschio dell'ape. E' sera e la dura giornata di lavoro finisce per tutti e tranne per le api che devono sorvegliare l'alveare, tutti tornano nelle loro microcelle tutte uguali. Non è una sera particolarmente diversa dalle altre, se non fosse che oggi il fuco ha visto per la prima volta un suo simile morire. Non riesce a pensare ad altro mentre sale le scale di cemento nudo che portano alla sua celletta, è assorto e le luci al neon bianco avorio si riflettono sulla sua faccia ingrandendogli le occhiaie a dismisura e facendolo apparire ancora più un fantasma di quanto lo siano tutte le api e i fuchi che come lui stanno percorrendo gli infiniti gradini grigi. Non riesce più a ricordarsi cosa pensava ieri sera alla stessa ora, o tutte le sere precedenti della sua vita, tanto è focalizzato sull'istante del suicidio del suo simile. Eh già, perchè di suicidio si tratta: è risaputo che le api possono pungere una sola volta nella loro breve e laboriosa esistenza. Eh già, perchè anche di tentato omicidio si tratta.
Le cellette dell'alveare non hanno serrature, il fuco entra, lancia le chiavi della ridicola e vecchia utilitaria sul davanzale dell'ingresso e si lascia cadere senza forze sul divano. Rimane in silenzio nella penombra accompagnato solo dal ronzio delle pale del ventilatore. Guarda il soffitto e pensa che la parete necessita manutenzione, serve cera, sarà dura ottenerla dalle api operaie in questo periodo di piogge. Ora ride, ride di quanto è stupido il pensiero di riparare una parete, ride perchè ora si ricorda che ieri alla stessa ora pensava la stessa cosa e sembrava una faccenda seria, l'intonaco che si scrosta. Tutta l'urgenza, tutta l'importanza di ieri si scioglie sotto la pioggia che batte sulla finestra in questa notte oscura e illuminata da un aura sinistra composta dalle milioni di finestre degli alveari vicini, alti come torri, che si perdono e si ripetono a se stessi fino ad un invisibile orizzonte. Spaventato dal luogo in cui i pensieri lo stanno portando accende la tv al plasma da millemila pollici e la sua faccia si anima delle luci colorate e vitree delle api che danzano sullo schermo. Non serve, i pensieri lo stanno portando lì dove la caverna è troppo profonda per risallirne iniettandosi semplicemente un po' di pappa reale nelle vene.
Miele, devo fare miele per mangiare miele, questo è il mio compito. Questo mantra veniva insegnato sin da quando le piccole api sono larve. Nient'altro. Forse un po' troppo restrittivo, per questo ci avevano dato le televisioni, la pappa reale, lo scopare ogni tanto. Però principalmente si trattava di girare tra i fiori e fare il miele per poter resistere al lungo inverno senza fiori, all'autunno piovoso che lava via il nettare, che fa sbattere le gocce d'acqua sulla finestra che in questo momento sembrano estremamente più attraenti del programma in tv, a giudicare gli occhi vitrei dell'ape. Si alza dal divano per mettere su la rapsodia numero due di Liszt, quella che ha dentro mille colori, mentre pensa al pungiglione che si stacca, all'urlo che ne è seguito, all'ultimo orgasmo. Si accende una sigaretta. Perchè l'ha fatto? Con il nostro pungiglione cosa possiamo uccidere? Forse un millepiedi, forse qualcosa che è grande il doppio di noi. Ma non puoi uccidere qualcosa di così grosso, immenso, non è verosimile, lo si sa, e di sicuro se sai che la contropartita è morire beh di certo avrà voluto uccidere sennò è proprio un coglione. Ci avrà voluto provare. Non torna però. Miele, devo fare miele per mangiare miele. Si era rotto il cazzo? Aveva dato fuori di matto? L'omologazione era così odiosa? Ma qualsiasi idiota con un briciolo di buon senso capisce che l'omologazione ci permette di vivere, che non c'è altra via. Persino i ribelli sono previsti dall'omologazione, la nutrono.
Si accende un'altro paglione, come dicono al campaccio di via Negri.
Fuori ha smesso di piovere, è tardi ma decide di fare un giro per respirare l'odore della pioggia che evapora sull'asfalto caldo, il profumo e la sensazione che scatena è ancora una delle poche cose che ti fanno sentire vivo. Un piccolo piacere che ancora tutti sanno apprezzare. Si infila dei pantaloni della tuta e una maglietta dell'Italia pre-2006, senza le 4 stelline. Deve passare davanti alla stanza al quarto piano dove le api operaie sono disgustosamente in fila per leccare il ventre dell'Ape Regina, in un'orgia di odori che vanno dall'umido di muffa fino ad un più pungente olezzo di umori organici. Alimentano la loro suicida sterilità, omologate, ma per questo felici.
Un'altra paglia, accesa col mozzicone della precedente, questa volta le aure a lcd che escono dalle finestre degli alveari illuminano la sua faccia di una luce più naturale mentre passeggia tra giornali umidi e ratti che mangiano carcasse.
Le api a volte impazziscono, si sa. Pungono a caso anche se sanno di non uccidere, anche se sanno di morire. Succede, nessuno sa spiegare perchè. E' un fatto. Si sapeva, ma lo considerava un evento lontano, non un qualcosa di cui avrebbe potuto essere partecipe, anche solo come spettatore.
Ma lui stava cominciando ad unire i pezzi del puzzle. Miele, devo fare miele per mangiare miele. No, c'è qualcos'altro. Non è ribellione al sistema. E' qualcosa di più. E si sentiva che avrebbe dovuto trovare al più presto, perchè aveva come la sensazione di voler pungere qualcosa per liberarsi di questo dubbio, di questo peso. Una sensazione piuttosto insana. Forse abbiamo bisogno di andare oltre, di lasciare un segno in questa fotocopia. Un segno, di lasciare un qualcosa che dica che non abbiamo fatto solo miele per mangiare miele. Non un'altra scopata, non un'altra dose di pappa reale, un qualcosa di mio, che solo io possa fare. Non è forse questo a cui tutti cerchiamo? Fanculo aiutare il prossimo, fanculo procreare, fanculo tutto. Vogliamo lasciare un segno, no? E come? Cercando di inceppare il sistema spaccandoci dentro il ridicolo pungiglione che ci ritroviamo?
Domande a pacchi, a cui seguono altrettante sigarette.
Ora guardava la luna, che per un'ape deve sembrare qualcosa di immenso. Non trovava risposte, ma si sentiva che le domande erano ben assestate.
Il giorno dopo ci sarà da lavorare, si torna all'alveare. Le macchine in strada sono rare. Digrigna i denti, è una di quelle notti in cui piazzare le giuste domande non basta.
Il fuco sta tornando alla sua vita di miele, insieme a tutte le api che vivono in quell'alveare chiamato PEEP. Esistono mille modi per costringere il proprio cervello a non pensare, ma tutti questi modi implicano la chimica, dato che vogliamo evitare quelle frociate tipo meditazione yoga o salamadonna che altro. Ha finito le paglie e il tabacchino non è lontano, si avvia. I suoi capelli sono sudati per l'afa e i pensieri, e il fuco si chiede come sarebbe averli lunghi, avvolti in una coda, come fanno i ribelli dell'alveare. Come quel suo simile che ha tentato di uccidere una cosa più grande di lui, oggi. Una bella coda. Il preambolo della pazzia, il marchio che conduce solo alla ribellione e al conseguente annientamento. O la ribellione può condurre anche a qualcos'altro? Sicuramente non alla vittoria, non alla riuscita, allora a cosa? Quando capisci che non puoi far altro che fare miele per tutto il resto della tua vita, puoi solo ribellarti e pungere?
Fuori dal tabacchino c'è un amico, appoggiato al muro giallo opaco, un'oasi nel deserto d'asfallto e cera di questa notte umida e calda. Amico è una parola grossa, ma la sua funzione di venditore di droghe sintetiche lo eleva al rango di quello che Robin è per Batman, in una sera come questa. Il fuco saluta con un sorriso e il venditore ne è un po' spaventato, non ha mai visto quella luce vibrante negli occhi di un cliente. Il venditore cerca di levarsi la brutta sensazione che gli è piombata addosso rispondendo al saluto con neutra ironia:
"Omaggi, re d'Italia", indicando con un cenno della testa la maglietta.
Il fuco continua a sorridere senza ascoltare le parole del venditore, la compravendita si conclude, il venditore ha un'improvvisa fretta di tornare nella sua celletta.
La manciata di pastiglie biancastre che tiene in mano sarebbe sufficiente a sfamare la voglia di sballo del biafra, pensa ghignando. E' seduto sul guard-rail che da sulla tangenziale, alle spalle il mondo e di fronte un alveare dal quale non si esce, con sbarre e reti, quello che chiamano le Novate. E mentre inghiotte la prima pastiglia pensa all'intuile pungiglione che la Natura gli ha fornito, incapace di uccidere i giganti. Un fottuto kamikazee senza fottuto aereo, bella merda. Alla seconda pastiglia pensa che farla finita con questa vita di miele non sarebbe poi così male. Ma come? Pungendo. O smettendo di pensarci, al miele.
Sorride. O meglio, sghignazza lucido, per l'ultima volta.
Da quel giorno in poi le api dell'alveare soprannominarono il fuco, in segno di disprezzo, "Pacchio, re d'Italia".
Da quel giorno in poi le api dell'alveare soprannominarono il fuco, in segno di disprezzo, "Pacchio, re d'Italia".








