mercoledì 28 maggio 2014

Miele


















Outside the frame, is what we're leaving out
You won't remember anyway
I can go with the flow





Le api tornano sempre al loro alveare e non sbagliano mai, neanche se ci sono due alveari identici uno di fianco all'altro. La scienza ci si è spaccata il cervello per capire come fanno.
Le api sono bene organizzate e hanno tutte compiti molto precisi affinchè il sistema alveare possa funzionare senza intoppi. Questi piccoli insetti su cui si regge da milioni di anni tutta la vita del pianeta possono sembrare tutti uguali a un primo colpo d'occhio, ma ovviamente tra di loro si riconoscono al volo: vorrei fare il paragone con i negri o con i cinesi, ma rende poco. 

Questa è la storia di un'ape, una singola ape, per la precisione un fuco, il maschio dell'ape. E' sera e la dura giornata di lavoro finisce per tutti e tranne per le api che devono sorvegliare l'alveare, tutti tornano nelle loro microcelle tutte uguali. Non è una sera particolarmente diversa dalle altre, se non fosse che oggi il fuco ha visto per la prima volta un suo simile morire. Non riesce a pensare ad altro mentre sale le scale di cemento nudo che portano alla sua celletta, è assorto e le luci al neon bianco avorio si riflettono sulla sua faccia ingrandendogli le occhiaie a dismisura e facendolo apparire ancora più un fantasma di quanto lo siano tutte le api e i fuchi che come lui stanno percorrendo gli infiniti gradini grigi. Non riesce più a ricordarsi cosa pensava ieri sera alla stessa ora, o tutte le sere precedenti della sua vita, tanto è focalizzato sull'istante del suicidio del suo simile. Eh già, perchè di suicidio si tratta: è risaputo che le api possono pungere una sola volta nella loro breve e laboriosa esistenza. Eh già, perchè anche di tentato omicidio si tratta.
Le cellette dell'alveare non hanno serrature, il fuco entra, lancia le chiavi della ridicola e vecchia utilitaria sul davanzale dell'ingresso e si lascia cadere senza forze sul divano. Rimane in silenzio nella penombra accompagnato solo dal ronzio delle pale del ventilatore. Guarda il soffitto e pensa che la parete necessita manutenzione, serve cera, sarà dura ottenerla dalle api operaie in questo periodo di piogge. Ora ride, ride di quanto è stupido il pensiero di riparare una parete, ride perchè ora si ricorda che ieri alla stessa ora pensava la stessa cosa e sembrava una faccenda seria, l'intonaco che si scrosta. Tutta l'urgenza, tutta l'importanza di ieri si scioglie sotto la pioggia che batte sulla finestra in questa notte oscura e illuminata da un aura sinistra composta dalle milioni di finestre degli alveari vicini, alti come torri, che si perdono e si ripetono a se stessi fino ad un invisibile orizzonte. Spaventato dal luogo in cui i pensieri lo stanno portando accende la tv al plasma da millemila pollici e la sua faccia si anima delle luci colorate e vitree delle api che danzano sullo schermo. Non serve, i pensieri lo stanno portando lì dove la caverna è troppo profonda per risallirne iniettandosi semplicemente un po' di pappa reale nelle vene.
Miele, devo fare miele per mangiare miele, questo è il mio compito. Questo mantra veniva insegnato sin da quando le piccole api sono larve. Nient'altro. Forse un po' troppo restrittivo, per questo ci avevano dato le televisioni, la pappa reale, lo scopare ogni tanto. Però principalmente si trattava di girare tra i fiori e fare il miele per poter resistere al lungo inverno senza fiori, all'autunno piovoso che lava via il nettare, che fa sbattere le gocce d'acqua sulla finestra che in questo momento sembrano estremamente più attraenti del programma in tv, a giudicare gli occhi vitrei dell'ape. Si alza dal divano per mettere su la rapsodia numero due di Liszt, quella che ha dentro mille colori, mentre pensa al pungiglione che si stacca, all'urlo che ne è seguito, all'ultimo orgasmo. Si accende una sigaretta. Perchè l'ha fatto? Con il nostro pungiglione cosa possiamo uccidere? Forse un millepiedi, forse qualcosa che è grande il doppio di noi. Ma non puoi uccidere qualcosa di così grosso, immenso, non è verosimile, lo si sa, e di sicuro se sai che la contropartita è morire beh di certo avrà voluto uccidere sennò è proprio un coglione. Ci avrà voluto provare. Non torna però. Miele, devo fare miele per mangiare miele. Si era rotto il cazzo? Aveva dato fuori di matto? L'omologazione era così odiosa? Ma qualsiasi idiota con un briciolo di buon senso capisce che l'omologazione ci permette di vivere, che non c'è altra via. Persino i ribelli sono previsti dall'omologazione, la nutrono.
Si accende un'altro paglione, come dicono al campaccio di via Negri.
Fuori ha smesso di piovere, è tardi ma decide di fare un giro per respirare l'odore della pioggia che evapora sull'asfalto caldo, il profumo e la sensazione che scatena è ancora una delle poche cose che ti fanno sentire vivo. Un piccolo piacere che ancora tutti sanno apprezzare. Si infila dei pantaloni della tuta e una maglietta dell'Italia pre-2006, senza le 4 stelline. Deve passare davanti alla stanza al quarto piano dove le api operaie sono disgustosamente in fila per leccare il ventre dell'Ape Regina, in un'orgia di odori che vanno dall'umido di muffa fino ad un più pungente olezzo di umori organici. Alimentano la loro suicida sterilità, omologate, ma per questo felici.
Un'altra paglia, accesa col mozzicone della precedente, questa volta le aure a lcd che escono dalle finestre degli alveari illuminano la sua faccia di una luce più naturale mentre passeggia tra giornali umidi e ratti che mangiano carcasse.
Le api a volte impazziscono, si sa. Pungono a caso anche se sanno di non uccidere, anche se sanno di morire. Succede, nessuno sa spiegare perchè. E' un fatto. Si sapeva, ma lo considerava un evento lontano, non un qualcosa di cui avrebbe potuto essere partecipe, anche solo come spettatore.
Ma lui stava cominciando ad unire i pezzi del puzzle. Miele, devo fare miele per mangiare miele. No, c'è qualcos'altro. Non è ribellione al sistema. E' qualcosa di più. E si sentiva che avrebbe dovuto trovare al più presto, perchè aveva come la sensazione di voler pungere qualcosa per liberarsi di questo dubbio, di questo peso. Una sensazione piuttosto insana. Forse abbiamo bisogno di andare oltre, di lasciare un segno in questa fotocopia. Un segno, di lasciare un qualcosa che dica che non abbiamo fatto solo miele per mangiare miele. Non un'altra scopata, non un'altra dose di pappa reale, un qualcosa di mio, che solo io possa fare. Non è forse questo a cui tutti cerchiamo? Fanculo aiutare il prossimo, fanculo procreare, fanculo tutto. Vogliamo lasciare un segno, no? E come? Cercando di inceppare il sistema spaccandoci dentro il ridicolo pungiglione che ci ritroviamo?
Domande a pacchi, a cui seguono altrettante sigarette.
Ora guardava la luna, che per un'ape deve sembrare qualcosa di immenso. Non trovava risposte, ma si sentiva che le domande erano ben assestate. 
Il giorno dopo ci sarà da lavorare, si torna all'alveare. Le macchine in strada sono rare. Digrigna i denti, è una di quelle notti in cui piazzare le giuste domande non basta.
Il fuco sta tornando alla sua vita di miele, insieme a tutte le api che vivono in quell'alveare chiamato PEEP. Esistono mille modi per costringere il proprio cervello a non pensare, ma tutti questi modi implicano la chimica, dato che vogliamo evitare quelle frociate tipo meditazione yoga o salamadonna che altro. Ha finito le paglie e il tabacchino non è lontano, si avvia. I suoi capelli sono sudati per l'afa e i pensieri, e il fuco si chiede come sarebbe averli lunghi, avvolti in una coda, come fanno i ribelli dell'alveare. Come quel suo simile che ha tentato di uccidere una cosa più grande di lui, oggi. Una bella coda. Il preambolo della pazzia, il marchio che conduce solo alla ribellione e al conseguente annientamento. O la ribellione può condurre anche a qualcos'altro? Sicuramente non alla vittoria, non alla riuscita, allora a cosa? Quando capisci che non puoi far altro che fare miele per tutto il resto della tua vita, puoi solo ribellarti e pungere?
Fuori dal tabacchino c'è un amico, appoggiato al muro giallo opaco, un'oasi nel deserto d'asfallto e cera di questa notte umida e calda. Amico è una parola grossa, ma la sua funzione di venditore di droghe sintetiche lo eleva al rango di quello che Robin è per Batman, in una sera come questa. Il fuco saluta con un sorriso e il venditore ne è un po' spaventato, non ha mai visto quella luce vibrante negli occhi di un cliente. Il venditore cerca di levarsi la brutta sensazione che gli è piombata addosso rispondendo al saluto con neutra ironia:
"Omaggi, re d'Italia", indicando con un cenno della testa la maglietta.
Il fuco continua a sorridere senza ascoltare le parole del venditore, la compravendita si conclude, il venditore ha un'improvvisa fretta di tornare nella sua celletta.

La manciata di pastiglie biancastre che tiene in mano sarebbe sufficiente a sfamare la voglia di sballo del biafra, pensa ghignando. E' seduto sul guard-rail che da sulla tangenziale, alle spalle il mondo e di fronte un alveare dal quale non si esce, con sbarre e reti, quello che chiamano le Novate. E mentre inghiotte la prima pastiglia pensa all'intuile pungiglione che la Natura gli ha fornito, incapace di uccidere i giganti. Un fottuto kamikazee senza fottuto aereo, bella merda. Alla seconda pastiglia pensa che farla finita con questa vita di miele non sarebbe poi così male. Ma come? Pungendo. O smettendo di pensarci, al miele. 
Sorride. O meglio, sghignazza lucido, per l'ultima volta.

Da quel giorno in poi le api dell'alveare soprannominarono il fuco, in segno di disprezzo, "Pacchio, re d'Italia".

martedì 27 maggio 2014

La sperimentazione animale spiegata agli animalisti


Ciao Merda! Sì, sto parlando a te, caro lettore del Decamerdon! Oggi si parla di Scienza, ovviamente spiegata ai decerebrati che parlano parlano, postano cagate su facebook, ineggiano a battaglie ma alla fine non sanno mai un cazzo!
In queste poche righe ti consentirò di capire non solo il mondo della scienza biomedica, ma anche un po' il senso della vita, evitandoti così la tremenda noia e frustrazione di arricchirti come persona andando incontro a quelle che vengono comunemente chiamate "esperienze" o "libri di filosofia".

E' meraviglioso vero? Cominciamo!
E cominciamo con una domanda:
Cosa fai nella tua vita?

Faccio finta di saperne a pacchi su tutto e 
trombo un casino, capra.


Il camionista? Il ragioniere? la casalinga? sei disoccupato? coltivi la droga? studi lettere in statale o economia alla Bocconi?
Visto lo stato della nostra amata patria in questo periodo, molti di voi avranno risposto sì ad una delle ultime 3 domande. Non importa, non siamo qui per giudicare o discutere dei mestieri. Sono abbastanza sicuro  che ognuno dei lettori di questo merdosissimo blog è bravo (diciamo ampiamente sopra la media mondiale) a fare UNA cosa. Guidare camion, ragionare, milfeggiare, giocare compulsivamente a giochi sul cellulare per ritardati, coltivare la droga o servire gelati. Rispettivamente. Su questo punto credo siamo tutti d’accordo.

D'accordo.


Negli ultimi tempi si sta dibattendo molto (eccetto che su questo blog d’avanguardia intellettuale in cui preferiamo parlar di figa e di droga) sulla questione della sperimentazione animale, per gli amici animalisti ribattezzata vivisezione. Bene, facciamo subito chiarezza, dall’alto delle mie colorate mutande, delle due lauree in robe che c’entrano con le cellule e del mio dottorato che sta procedendo tanto, tanto lontano da una qualsivoglia pizzeria degna di tale nome.


Verità calata dal cielo n°1:
La sperimentazione animale è obbligatoria.

Ebbene sì, giovane Skywalker! Affinché la tua fastidiosa prostatite passi, il medicinale che hai per le mani è dovuto passare attraverso i test in ben DUE modelli animali prima di venire testato sull’uomo. E con qualsiasi medicinale intendo qualsiasi medicinale, anche le pomate per il prurito intimo o l’anestesia che invochi in ginocchio quando vai dal dentista (detto anche lo Squaletto). Se non ti va bene puoi sempre provare a chiedere l’anestesia omeopatica o provare a curare le tue dermatiti con la noce di cocco, il Sime sarà entusiasta di esaudire le tue richieste visto il suo animo un po’ macellaio un po’ mostro di Milwaukee.


Verità calata dal cielo n°2:
La vivisezione è vietata ovunque. La sperimentazione animale no.

Sono due cose diverse, un po’ come paragonare un infarto durante una scopata con la sorella figa di Megan Fox ad un gran premio di formula uno. Il primo è un modo veloce e dignitoso per andarsene, il secondo è quanto di più disumano e non compassionevole esista per lasciare questo mondo. I modelli animali utilizzati negli esperimenti (topi, ratti, pesciolini, vermi e moscerini, nel 99% dei casi) vengono allevati in ambienti da hotel a 5 stelle provvisti di esemplari femminili piuttosto disinibiti che i loro compagni di specie si sognano, nel loro habitat naturale (fogne perlopiù). I cani di green hill che tanto vi fanno tenerezza sono utilizzati molto poco spesso e sono buoni modelli per l’aterosclerosi o altre cazzate del genere, malattie del quali il vostro papi si ammalerà presto. I modelli animali posso essere utilizzati a scopi scientifici solo se sono in ambienti asettici, correttamente ventilati e con pochi esemplari per gabbia, insomma proprio l’opposto dei canili, delle fogne e del privè dell’Hollywood.


Domani mi sa che salta l'appuntamento con il commercialista.

Verità calata dal cielo n°3:
Egalitè, Fraternitè, Coerenza mi raccomando

Chi ha in un qualche modo firmato una qualche petizione contro la sperimentazione animale, dovrebbe adottare i seguenti comportamenti in nome della coerenza, la sacra virtù che ha permesso a gente come Yuri Chechi e Adolf Hitler di diventare quello che sono diventati. Vediamo in dettaglio:
-non utilizzare alcun farmaco
-consigliare a familiari/amici/gente di non assumere farmaci o perlomeno mostrare un po’ di stizza se sopravvivono alle loro malattie regalando loro i cofanetti natalizi di Gianluca Grignani e Ronda (ultimi lavori)
-consigliare a nemici/rompipalle di utilizzare farmaci per curarsi, in modo da farli sentire in colpa una volta guariti per tutti i teneri animali che hanno sulla coscienza
-non derattizzare la casa, mai (scarafaggi, zanzare e ragni compresi). non vorrete mica dirmi che volete salvare solo i cagnolini e i topolini perchè sono CARINI? Anche Maria de Filippi era carina, da piccola.
-avercela a morte con i pescatori che usano le esche vive
-ovviamente: essere vegetariani

Ciao sono Edoardo e ti garantisco che i polli hanno occhi poco luccicosi,
 quindi si possono mangiare.


Verità calata dal cielo n°4:
Chiunque dica che esistono metodi equivalenti (colture cellulari, modelli bioinfortmatici) che possono sostituire gli animali o non è uno scienziato o è strafatto di mescalina.

Non ci sono altre risposte. Qui non mi dilungo.


Mi hanno chiesto di cominciare un trial clinico di fase 1
su questa nuova molecola anti herpes genitale senza usare animali.
 Facciamo sesso e poi ingoia questo, gentilmente.


Se soddisfi tutti i requisiti sopracitati, ti stimo e sei a ragione un paladino dei diritti degli animali. Stima sincera e onesta, bravo. Avanti tutta, si protesta. Se hai violato anche solo una delle seguenti regole e sei contro la sperimentazione animale, brutte notizie caro/a mio: devi fare i conti con la tua coscienza e spero tu lo faccia meglio di come fa i conti Simona Ventura con il suo commercialista il giorno dopo la serata con Tyson.

Lo so già, molti di voi contesteranno il metodo: le 4 regole d’oro sulla sperimentazione animale sono sedicenti “calate dal cielo”. Perchè non sono sceso troppo nei particolari del perchè esistono?
Qui viene la parte di insegnamento vitale.
Vi ricordate quando avete scelto, dato che era una giornata di sole (una lunga serie di giornate di sole), di uscire a giocare al giuoco della morra con gli amici invece di studiare quelle lunghe e noiose lezioni sulla biologia alle medie? E vi ricordate quando avete deciso, finite le medie, di dedicarvi alla riparazione dei trattori? O ancora, rimembrate forse quando avete deciso di fare la scuola di fotografia perchè vi siete sempre sentiti un po’ artisti?
Bene, quel momento ha un po’ definito quella cosa di cui parlavamo all’inizio: quello in cui siete bravi. Io mi sentirei parecchio stupido a firmare una petizione che vieta l’uso di olio minerale per la lubrificazione dell’idraulica interna degli ammortizzatori di un trattore, perchè non so un cazzo, di trattori. E non mi metterei a discutere di fotografia e di filtri con la novella cartier-bresson del dams, perchè, stupidamente, ho studiato biologia. Bene, questo è il succo del discorso: io non parlo di cose che non conosco. Questa è la regola d’oro numero uno nella vita, chi la segue darà subito l’impressione di essere superfurbo.


Volete farvi un’opinione su Dio, sul colore giallo, sul limonare in pubblico, sul mangiare solo legumi e piccoli volatili? Liberissimi, sono le cose che ci rendono unici, riflettono il nostro modo di filtrare il mondo che ci circonda e restituiscono più o meno fedelmente l’immagine di noi stessi. Se però vogliamo farci un’opinione su qualcosa che è scientifico, oggettivo, reale come lo può essere l’idraulica degli ammortizzatori, il metodo di stiratura delle camice o la biologia molecolare, beh ragazzi, bisogna rimboccarsi le maniche e studiare, fare pratica, e perderci tempo ed energie. Costa fatica. Se non siete disposti a farla, meglio continuare a leggere il Decamerdon.


L'Invidioso

lunedì 26 maggio 2014

La Rubrica del Lunedì



Una canzone sulla ribellione, contro i dogmi della vita moderna. La nostra società è ormai allo sbando, ma noi dobbiamo essere più forti di tutto, dobbiamo stringerci attorno alle cose che contano veramente, le cose per cui valga la pena lottare. E allora Uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, cento Ciccioline!

https://www.youtube.com/watch?v=_trBXCMme6g 

"Dopo le mie trasgressioni
dopo tutte queste emozioni
nessuno mi puo fermare
non mi potete arrestare

selvaggio animale in calore
il cazzo che mi spruzza nel cuore
un muscolo rosso d'amoreee
affonda lungo al mio cuore

tuuuu che sembri un manichino
tira fuori il cazzo duro
ti faccio un pompino
io ti faccio un pompino oh oh

voglio il cazzo
vestito di pelle
il cazzo... piu duro del muro
il cazzo nel buco del culo
il cazzo che mi sfonderà (ah) Insieme a me schizzerà
voglio il cazzo
vestito di pelle
il cazzo... più duro del muro
il cazzo... Nel buco del culo
il cazzo che mi sfonderà (ah) insieme a me schizzerà
in mio potere sarà

selvaggio animale in calore
il cazzo che mi spruzza nel cuore
un muscolo rosso d'amore
affonda lungo al mio cuore

tu che sembri un manichino
tira fuori il cazzo duro ti faccio un pompino
io ti faccio un pompino oh oh

voglio il cazzo
vestito di pelle
il cazzo... piu duro del muro
il cazzo nel buco del culo
il cazzo che mi sfonderà (ah) Insieme a me schizzerà
voglio il cazzo
vestito di pelle
il cazzo... più duro del muro
il cazzo... nel buco del culo
il cazzo che mi sfonderà (ah) insieme a me schizzerà
in mio potere sar"

Editoriale muy importante!

Merde!

Magno cum gaudio annuncio che dopo un po' di silenzio dovuto al buffo lavoro che conduco, si torna a scrivere con le biografie!
Ne troverete due gustosissime, a breve di nuove.

Domani si parte con la fantastica rubrica scientifica, dove faremo chiarezza, insieme a quelle teste di cazzo di animalisti e a Simona Ventura, su noiosissimi argomenti quali la sperimentazione animale e le ragadi anali.

Mercoledì come di consueto i pezzi, che questa volta vedranno anche la presenza di incursori esterni al GM, ma altrettanto talentuosi. Fra una settimana e qualche giorno, ci sarà il nuovo argomento ad eccitarci e titillarci il batachio.


Una nota di servizio a margine delle elezioni: il nuovo sindaco di Bacedasco Alto è Lorenzo Miglioli per il Movimento5jolle, che vince il concorsone del paese aggiudicandosi la prestigiosa carica e un set di bong in avorio pregiatissimo.


giovedì 22 maggio 2014

Chiuse le votazioni!!!! ma se volete continuare a votare fa lo stesso

Signori e signore, annuncio in anticipo chiusa la votaione per la merda canterina della settimana. Siete stati davvero scaltri come faine e molti di voi hanno indovinato, infatti il pezzo era stato suggerito da Mr. Iron Man Meshuggah, un vero intenditore di musica fricchettona. Nessuno a votato purtroppo il Marchese, che comunque salutiamo con affetto, ora che ha deciso di dare una svolta distruttiva alla sua vita trasferendosi allo zoo di Berlino. Il prossimo pezzo verrà postato come sempre lunedì prossimo ma vi annuncio in anteprima che ci sono già in cantiere altre rubriche, tutte pronte a sollazzarvi durante le vostre misere ed inutili vite di banali lavoratori (questa battuta non vale per il Bimbo). Buffo no? A malincuore mi vedo costretto a comunicare ai vincitori che la sorella di Albi ha appena cominciato ad avere le mestruazioni e quindi sarà impossibilitata a sollazzarvi con i suoi trucchetti bondage nello chalet cinque stelle di Brunico come promesso. In ogni caso i vincitori saranno raggiunti da un avviso di garanzia.

Il Decamerdon comunque non è solo arte, ma è anche impegno sociale. Sono quindi fiero di condividere l'appello al voto del mio amico Limmy. Uno che non le manda certo a dire. Votate, Votate, Votate!
https://vine.co/v/MnXVt3Lw9VX



Selfie di Limmy a letto



mercoledì 21 maggio 2014

Quel fottutissimo '82



Dopo una fredda e veloce stretta di mano il Dottor S. lo fece accomodare sul lettino cercando di capire dal suo sguardo se fosse intenzionato a parlare o semplicemente a fissare il soffitto come era accaduto nelle ultime sedute.
“Mi dica Mr. Blue”, così aveva preteso di essere chiamato per un’insensata volontà di anonimato, “si ricorda dove eravamo rimasti?” esordì il Dottor S. nonostante lo sapesse benissimo.
Poche sedute prima infatti, il Dottor S. era finalmente arrivato ad un punto di svolta nella sua analisi, aveva trovato una vecchia ferita ancora aperta, il cui dolore, non adeguatamente affrontato, aveva creato una crepa nel già instabile equilibrio psichico di Mr. Blue. Il Dottor S. si era dovuto però scontrare con il muro di silenzio elevato dal paziente.
“Certo che lo ricordo”, disse seccato Mr.Blue, pensando ancora una volta a quanto il Dottor S. gli stesse sul cazzo, e a quanto meglio avrebbe speso i soldi dell’analisi affogando i propri problemi in una certamente più utile e appagante tempesta di gin tonic.
“Come posso dimenticarlo? Il ricordo non mi abbandona da quella torrida notte d’estate. Ancora oggi a distanza di anni, ogni volta che alzo la prima carta, per un attimo la vista mi si annebbia e il tempo scorre inesorabilmente indietro fino all’istante in cui ebbi la certezza della sconfitta”.
Il Dottor S. balzò sulla vecchia e deforme poltrona di pelle in cui era solito sprofondare durante le lente e spesso noiose sedute. Non poteva crederci. Mr. Blue era davvero intenzionato a parlare? Era consapevole che i successivi istanti sarebbero stati di vitale importanza per il prosieguo dell’analisi, doveva giocarsi bene le sue carte. Ironia della sorte pensò, cercando di trattenere un ghigno beffardo, tutto tornava lì, alle carte.
“Racconti pure ciò che preferisce. Inizi dal principio, quando se la sente”, si limitò a dire il Dottor S. sperando di non aver puntato troppo, e soprattutto troppo presto.
“Era una calda e stanca notte di luglio, il 10 o l’11 non ricordo con esattezza. L’anno sì che lo ricordo, quello non lo scorderò mai, l ’82. Quel fottutissimo ’82. Il luogo sempre il solito, il Pick up”. Mr. Blue iniziò così, inaspettatamente a parlare con un tono di voce lieve ma carico di rabbia, che sottolineava la fatica fatta nel rivangare la dolorosa ferita.
Mr.Blue aveva già parlato al Dottor S. di quella strana bettola in cui era facile incontrare un bizzarro groviglio di casi umani. Il Dottor S. non si era mai recato di persona a vedere quell’informe intreccio di individui così diversi, ma allo stesso tempo così simili fra loro, accomunati dalla stessa smisurata venerazione per la leggendaria figura della morettona da 66 cl. Si riprometteva ogni volta di visitare quel balzano luogo per appuntare sul suo vecchio taccuino alcuni importanti spunti di riflessione professionale.
Durante la terapia, Mr. Blue aveva più volte parlato dei personaggi con cui era solito passare le giornate cercando di sconfiggere la voglia di morire e la speranza di farcela. Aveva però voluto difendere l’ormai già ben compromessa reputazione dei suoi compagni di merende utilizzando anche per loro l’anonimato, chiamando i vari bischeracci come Mr.Blonde, Mr White, Mr Brown, il Bimbo, Mr. Pink, Mr. Orange e altri numerosi soprannomi bislacchi. Il Dottor S. aveva così imparato a conoscere le personalità e le bizzarre abitudini di questo gruppo di guasconi, meglio conosciuto come GM, senza però poter mai associare i vari racconti ad un volto.
“Ricordo tutto perfettamente, come fosse ieri. Toccava smazzare a Mr. White”, riprese a raccontare Mr. Blue. Il Dottor S. si ricordava di Mr. White principalmente per la sua cagionevole salute e per la sigaggine che egli manifestava soprattutto nei confronti di individui in stato di semicoscienza. Un altro soggetto davvero interessante da analizzare, riflettè il Dottor S., ma il suo pensiero venne bruscamente interrotto dalle parole di Mr. Blue che sembravano finalmente iniziare a scorrere fluide, come in un atto di tardiva liberazione.
“Dalle prime carte pensai di poter essere un bel socio, a denari o a coppe ricordo, ma poi con le ultime due tutto cambiò, prima un asso e poi un tre di denari. Mi ricordo che pensai bel socio un cazzo, qui chiamo al novantanov e nov”.
“L’asta all’inizio andò via abbastanza liscia”, continuò Mr. Blue, “con soltanto qualche eccessivo momento di stanca, a causa della proverbiale calma di Mr. Blonde, caratteristica da noi tutti non troppo apprezzata nei vari tipi di aste. Poi invece quel bastardo di Mr. Pink continuò a chiamare a caso, solo per alzare. Vinsi io, ma con un due di denari a 82, fottutissimo 82. A quel punto il socio avrebbe dovuto giocar bene, ma bene bene. Solo in quell’istante capii che stavo seriamente rischiando di perdere la mia storica imbattibilità a briscola in cinque”.
Il Dottor S. cercò, ancora una volta, di ricordare quale fosse Mr. Pink , era infatti solito confonderlo con Mr. Brown, poiché entrambi affetti dalla stessa rara sindrome percettiva che li rendeva  impossibilitati a distinguere luci di diversa lunghezza d'onda, per cui non erano neanche troppo sicuri dei loro stessi nomi. Finalmente si ricordò di come Mr. Pink gli era stato descritto: un individuo dal volto irsuto e dalla forma peroidale, noto per l’alta frequenza di sanguinamento nasale e per un singolare soprannome: medio-buono. Mr. Brown era invece un individuo dotato di notevole senso artistico ed estetico, fatto di certo non scontato vista la sua condizione di cecità ai colori, ma l’aneddoto che aveva maggiormente incuriosito il Dottor S. era il rapporto d’amicizia che Mr. Brown aveva, molti anni addietro, instaurato con un curioso essere immaginario denominato Mouser. Il Dottor S. pensava che sarebbe stato estremamente interessante analizzare entrambi i diversamente vedenti.
“Le prime mani purtroppo corsero via veloci come troppo spesso accade, nella diffidenza generale; l’unico che pensai potesse essere il mio socio fu Mr. Orange, ma non mi fidai troppo per la sua abilità nel gioco e nel nascondere ogni trepidazione sul suo volto, a differenza di Mr. Pink”. Mr. Blue aveva descrisse Mr. Orange al Dottor S. come geneticamente dotato di una mirabile resistenza alcolica e di un’ottima classe da biscazziere, probabilmente derivanti dalle sue origini appenniniche.
“Così realizzai che le mani centrali sarebbero state quelle decisive, il mio record sarebbe dipeso da quelle poche mani, ma ormai, per il mio impeto di chiamata, soprattutto dal mio socio. Il numero 82 incominciava a tormentare i miei pensieri.”
Mr. Blue continuava a raccontare il triste e funesto ricordo ma, come aveva prontamente osservato e appuntato il Dottor S., la rabbia aveva lasciato via via posto ad un sentimento di rassegnazione. “E’ qui che intervenne Mr. Blonde con la sua proverbiale stasi”, continuò Mr. Blue, “la sua arte di rallentare ogni tipo di gioco a cui partecipasse era ben nota a tutti noi, ma quella notte superò se stesso, riuscì a deconcentrarmi e persi memoria delle carte uscite. E’ lì che commessi l’errore, quello decisivo”. Mr. Blonde, come ben rimembrava il Dottor S., era uno spietato animale da caccia che catturava le proprie prede sotto la copertura dello stimato professionista, ammaliandole grazie alla prospettiva di un sorriso da sogno. Purtroppo, nel corso del tempo, anche Mr. White cadde nella sua rete.
Il tempo a disposizione di Mr. Blue era ormai scaduto da alcuni minuti. “Mr. Blue, ripartiremo da qui la prossima settimana”, disse il Dottor S. facendolo alzare e accompagnandolo alla porta dello studio. “Non si preoccupi, ci sarà tempo per analizzare questo e altro con più calma”, aggiunse.
Mr. Blue uscendo dallo studio pensò di aver proprio bisogno di un gin tonic. Socio di merda.

Breaking bad - Piacenza





È finita. È stato tutto inutile. Neppure scappare dall’altra parte del mondo ha permesso di sottrarmi ad un destino già scritto. Però quanto è bello essere stato Dio per tutto questo tempo? Anche se continuavo a professare di agire per altri, per una nobile causa, l’ho sempre fatto per me soltanto, per dare sfogo al mio Talento e sentirmi vivo.
A questo punto tutto mi è chiaro. 
Improvvisamente la mia mente tornò indietro a quel tranquillo e assolato pomeriggio d’estate in cui mi venne comunicata la notizia. Il mio amico Dario M. – o forse, per la privacy, sarà meglio chiamarlo D. Meloni – aveva da poco convinto me e Giovanni a diventare donatori di sangue e avevo effettuato un check up completo. D’altronde, avevamo tutti e tre mantenuto uno stile di vita impeccabile, fino a quel periodo, niente sostanze strane, molto movimento, un bicchierino ogni tanto giusto per fare compagnia; pensare di potere aiutare il prossimo ci faceva sentire meno inetti.
Quando mi contattarono dall’ospedale non volevo crederci. Conoscevo benissimo il significato di quelle parole e la sorte infame occorsa a quel famoso giocatore di baseball americano degli anni ‘30. Per non parlare del giocatore della Fiorentina, un tempo formidabile adone, ora larva inoffensiva. Eppure, il primo pensiero non fu per la mia famiglia, la mia ragazza o per il destino terribile che mi sarebbe aspettato. No, il mio primo pensiero fu ai miei amici: ero terrorizzato dall’idea che, pur nutrendomi un incondizionato affetto, avrebbero comunque trovato il modo di sbeffeggiarmi. Come minimo, sarei finito sul desktop di qualcuno di loro e sarei stato oggetto di numerosi brindiselli e di scherno in qualche gruppo su internet.
La seconda cosa a cui pensai è “perché a me?”; perché non, ad esempio, al marchese, che tante volte aveva sfidato il destino? Era tutto così ingiusto. I miei neuroni avrebbero presto cominciato a degenerare, mentre i miei amici sarebbero stati ancora lì, ad ispirare incuranti il loro veleno.
Seguirono giorni davvero duri, in cui alternavo stati di disperazione ad altri di incazzatura totale; mai però il mio verbo arrivò ad insultare il Creatore, perché a me e ai miei amici non piace e, ad essere onesti, non sta proprio bene. 
La svolta arrivò quasi per caso. Il mio amico Iron Man, che con tutte le sue forze aveva cercato di consolarmi, insistette affinché io provassi quella magica sostanza, dal nome così dolce, che richiama quello di una nota pop band di topolone. All’inizio ero scettico ma, a differenza dei miei compagni, pensai che non poteva avere sul mio cervello effetto peggiore della malattia in atto. L’enfasi che procurava era deliziosa: breve, intensa, paurosa follia. Si trattava di un’insana alterazione artificiale che ti fa fare cose come cinquecento flessioni in un minuto o, semplicemente, ti spinge a fare un salto al cimitero più vicino. Col senno di poi capisco i ragazzi che in America si mangiano la faccia a vicenda. L’aspetto più importante però è che era tutto legale. Si, avete capito bene, legale. Come comprare del thè o dei sali da bagno.
Il giorno successivo, però, tutto ripiombò nel buio.
“Hai sentito il TG?” mi chiesero insolitamente al telefono.
“No, perché?” risposi.
“Hanno appena fatto vedere Piacenza, che storia!”
“A proposito di cosa?” chiesi senza badare troppo alla notizia. Pensavo si trattasse dell’ennesima nigeriana accoltellata davanti a casa di Cervi.
“E’ diventata illegale” mi disse. Il tono cominciava a farsi serio. “… e hanno messo sotto sequestro il negozio”.
Dopo un primo istante di incredulità, capì che era la mia grande occasione. Era l’opportunità di dare un senso alla mia esistenza, lasciare un segno, diventare grande. Avrei lasciato ai miei amici un ricordo di me dolce e offuscato allo stesso tempo, e avrei garantito la stabilità economica della persone a me care. D’altronde, l’affitto del garage di Mucinasso ove tanto tempo ho potuto trascorrere in pace non si paga da solo.
All’università mi occupavo di materie diverse da quelle che mi avrebbero di lì a poco impegnato ma mi assicuravano comunque un comodo accesso alla strumentazione necessaria. Sarebbero state utili anche quelle nozioni di chimica che la dotata insegnante del liceo (dotata nel senso che qualcuno della mia classe, uno a caso, avrebbe avanzato commenti lusinghieri) era riuscita faticosamente imprimermi tra una miniassemblea e un’ora di compresenza. Al resto avrebbe sopperito l’esperienza sviluppata nei peggiori sobborghi piacentini.
L’idea, chiara, era quella di sintetizzare una nuova sostanza “legale”, modificando artificialmente la composizione chimica della stessa, fino a giungere alla creazione di un principio attivo che la legge al momento non etichettava ancora come “sostanza stupefacente”.
Ottenuto dal legale di fiducia del gruppo l’elenco delle sostanze qualificate come stupefacenti ai sensi di legge, mi misi a scarabocchiare legami covalenti, formule astruse, finché non riuscì, con un po’ di fantasia, a ideare la sostanza perfetta. Sarebbe stata – oltre che legale – incolore e inodore, ma dagli effetti potentissimi.
Il processo di produzione sarebbe stato di lunga e complicata fattura. Non potevo certo iniziare i lavori a Piacenza, troppo rischioso. Ecco un altro colpo di genio: avrei organizzato un finto viaggio in bici fino in Cina! In questo modo la gente sarebbe stata distratta dall’ultimo sogno di un malato terminale e avrei avuto tutto il tempo di assentarmi per un po’ senza dare nell’occhio.
Mi avviai a fare una gran bella spesona al Lidl, senza badare a spese, proprio come si fa nell’occasione speciale di capodanno e mi diressi di volata nel caro garage di Mucinasso. Lì cominciai il complesso procedimento di produzione, ma fu un disastro. L’intento era più difficile di quanto mi aspettassi: maledissi tutto quel tempo passato a vivisezionare topi. Forse la malattia cominciava a mostrare i suoi effetti?
Ammisi che da solo non ce l’avrei mai fatta. Avevo bisogno dell’aiuto di qualcuno esperto nell’ambiente ma non troppo, come, per esempio uno che avesse passato brillantemente il test di medicina ma avesse poi terminato solo il primo semestre di lezioni. Il pensiero cadde subito sul fidato Giovanni, figura ideale non solo per produrre, ma anche per immettere sul mercato il nuovo prodotto, dato che anche egli aveva condotto un’infanzia difficile alla periferia di Piacenza. 
Convincerlo fu semplice: bastò dirgli che si faceva così, e così fece. Mi recai di nuovo, nella campagna più isolata, ci arrovellammo tra provette e pipette, fino a che una misteriosa sostanza blu fece capolino nei teglioni di alluminio. Non ero convinto della colorazione della sostanza – certamente dovuto ai prodotti marchio Lidl – e stavo per cestinare anche quest’ultima portata, quando Giovanni ne prese un pezzetto e cominciò ad aspirarne i vapori riscaldati. I suoi occhi cambiarono immediatamente aspetto e cadde in uno stato di trance da cui si riprese solo dopo due ore. Al suo risveglio, raccontò di aver vagato per posti meravigliosi, antichi, animati da personaggetti buffi e che, a un certo punto, un opossum gli disse di cercare l’anima gemella. Non c’erano dubbi, avevamo creato la sostanza perfetta, mancava solo la firma dell’autore: GM.
Come primo smercio potemmo contare sul giro di scommettitori che un nostro complice dal glaucoma facile capeggiava presso il centro Snai di via Manfredi. I clienti rimasero folgorati dalla potenza dello sballo assicurato dalla nuova sostanza. Il bello di tutto ciò è che non eri costretto a darti appuntamento dietro al borgo faxhall o a casa di geia, perché era tutto perfettamente legale. Ottenemmo ottimi piazzamenti anche presso gli amici della strada Agazzana e di Crocetta.
Il mercato di tossici piacentini, in breve tempo, andò in fibrillazione. Tutti, dalla cumpa della coop dell'infrangibile agli amici lodigiani di Walberg l’hipsterasso volevano provare la nuova sostanza. Io è Giovanni fummo costretti ad aumentare la produzione. E ben presto sorse l’esigenza di espandere il tiro. Questo comportava certamente dei rischi. Sapevamo bene che c’erano zone in cui era meglio non entrare e gente da non infastidire. Soprattutto, non bisognava varcare i confini della Piacenza bene. In Val d'Arda, ad esempio, vi era un duca spietatissimo che non avrebbe certo gradito la concorrenza del nostro prodotto sul mercato.
In ogni caso il gruppo si espanse e raggiunse il punto più alto del potere. Sicari del GM si annoveravano in tutta Italia, da Parma a Torino passando per Pavia. Arrivammo a conquistare anche il mercato tedesco e quello scozzese, riuscendo nell’impresa di convincere la gente del posto che ormai l’ago non va più di moda. Era diventato un impero. Con gli investimenti finanziari giusti, consigliati dalla coppia di fatt(i)o Manu e Bordiiiiini, nonché le giuste dritte tributarie provenienti da un altro membro del gruppo, i ricavi cominciarono ad aumentare. I guadagni ora permettevano di cucinare direttamente in città (avevo infatti affittato un negozio di biciclette nel quartiere che mi assicurava un'ottima copertura) e di rifornirmi presso un distributore di miglior qualità rispetto al Lidl: il Kaefu, ma il colore blu della sostanza rimase il marchio di fabbrica. L'avvocato ed un suo amico architetto riciclarono parte del denaro in infrastrutture: volevo assicurare un futuro radioso ai miei figli e tenerli lontani dalla legale.
Pensai anche di smettere. Il mio nome ormai era conosciuto in tutta la provincia sotto lo pseudonimo di “the envious”, per via del fatto che mi concedevo raramente ai piaceri di ciò che producevo. Riusciva comunque a incutere un certo timore in chi lo pronunciava. Ricordo ancora quando fui costretto ad annientare quel piccolo impero che si stava formando tra i campi di pomodori nella vicina San Bonico, dove un noioso erborista cercò di attrezzare un piccolo laboratorio nel suo scannatoio interrato. Ma si era messo contro le persone sbagliate. La nostra vendetta fu efferata. Dopo aver dato appuntamento all’erborista dalla tettona di Gerbido ed essere arrivati con un’ora e quaranta minuti di ritardo, lo costringemmo alla più crudele tortura: una serata al Village (due ore di coda solo per entrare) che lo costrinsero a spararsi un colpo alla tempia nel mezzo della pista.
Tutti ci temevano e tutti ci rispettavano. I soldi entravano a palate, eppure, non riuscivamo a uscirne. Io ero sempre più lontano dai miei cari che non potevano comprendere la grandezza della mia opera. Solo dopo che la malattia avesse preso il sopravvento, forse, avrebbero capito ciò che avevo fatto per loro. Anche i miei amici sembravano distanti, loro sì che si beavano dei frutti del mio lavoro mentre io, al massimo, mi concedevo un po’ di passivo ogni tanto; cominciai così a rifugiarmi nella grappa.
La produzione non accennava a diminuire. Anzi, stavamo per collocare un lotto davvero imponente. Il contatto era stato fornito da un altro ragazzo del quartiere, ben noto ai più per la caratteristica parabola sotto cui si trova la sua dimora: un ragazzo un po’ chiacchierone ma tutto sommato affidabile.
Ciò che non avremmo mai sospettato è che ci avrebbe teso una trappola. Lory ‘a carogna – così si chiamava nel ghetto – era in accordo da tempo con i nostri rivali storici, i Pepper’s, e mirava a sostituirsi a capo del cartello. Lo scambio era fissato nel piano seminterrato di un noto e familiare locale contraddistinto dalla gentilezza dei baristi (soprattutto dell’anziana mater) e per le innumerevoli piene prese al calare del sole. Sembrava il posto ideale per un accordo tra gentiluomini.
Mi presentai all’appuntamento con il fidato Giovanni. Era proprio uno di quei giorni in cui si, un tiro lo avrei fatto volentieri anche io! Avevamo un’insolita impazienza e trasalimmo quando Lory ‘a carogna ci introdusse i clienti con due birroni ghiacciati e abbondanti crostinelli. 
All’inizio discutemmo di affari e tutto sembrava andare liscio: l’intera partita di legale era stata pagata al prezzo convenuto. Rimaneva da saldare il conto con il barista e sgommare via. Era abitudine che i clienti pagassero le consumazioni e davamo per scontato che anche questa volta sarebbe stato così: i Pepper’s, però, non si decidevano a sganciare i 2,50 euro per birrone. Giovanni, allora, con tono leggermente polemico, fece presente che “non siamo mica al Mirò qua eh”: qui successe l’impensabile. Uno dei Pepper’s, il più smascellone, estrasse una pistola e freddò il mio socio. Nel parapiglia che seguì riuscii a stendere un paio di naziskin e fuggire per le rapide scale del locale, in cui riecheggiava ancora il suono cupo dello sparo. 
In un attimo ero fuori, incredulo e con l’adrenalina a mille. Per un attimo ripensai a Giovanni e al triste destino che lo aveva appena colpito – per colpa mia. Ne aveva passate tante ma a fregarlo ci aveva pensato proprio un amico.
Mi trascinai fino al laboratorio, distrutto dal senso di colpa, intenzionato a farla finita con questa vita. Dannazione, se avessi accettato la malattia tutto ciò non sarebbe mai accaduto.
Passai il giorno successivo a disfarmi delle attrezzature che avevano reso grande il mio impero e il mio nome, e fatto felici tanti tossici amici miei. Avevo già pronto un biglietto di sola andata per Singapore, dove avrei potuto nascondermi e cercare di rallentare il lento declino della mia mente.
Restava solo da vendicare il caro Giovanni; avevamo avuto molti scontri, soprattutto ultimamente per via della deriva autodistruttiva che aveva preso e che così tanto gli aveva fatto assottigliare le gambe, ma rimaneva un grande affetto tra di noi e meritava di essere onorato fino alla fine.
Aspettai di capo dei Pepper’s, il temibile Rebolone, davanti al campo di allenamento della squadra locale. Sfidai lui e la sua scorta a un uno contro undici senza esclusione di colpi. Troppa era l’emozione e la grinta che mi infondeva il pensiero del caro Giovanni che non ebbero scampo. Strappai persino lo scalpo pelato con la vistosa celtica rossa: non mangerai più il cuore ad alcuno, maledetto. Avevi anche dimenticato la malattia.
Era finita, pensai.
Tutto il resto è il presente. Cercavo di concludere dignitosamente l’esistenza, con la donna della mia vita affianco, in questo mondo così diverso, così lontano. Ripresi anche i contatti con i miei vecchi amici attraverso buffe iniziative editoriali. Dicono di rimpiangere ancora “la legale”.
Sentivo che non avrei dovuto fare entrare quella ragazza, questa sera. Solo che qui è considerata un’offesa rifiutare una prostituta che ti viene inviata a casa, specialmente se è minorenne. Prima ancora di avere modo di eccitarmi ed immaginare le solite perversioni, lei aveva già estratto l’arma. I Pepper’s mi hanno trovato, anche qui. Il suo messaggio, chiaro, fu: “addio mollo!”.

Ordinaria quotidianità

Oggi è Venerdì, non il solito Venerdì, ma è il Venerdì giusto, me lo sento. Musica a tutto volume, mi preparo in fretta e in un attimo sono pronto per uscire. Appena raggiungo gli altri, nel solito pustas che a noi però piace così tanto, capisco che ho esagerato, troppo in tiro in confronto all’arredamento che mi circonda. Chissene frega, niente mi distrarrà dal mio reale obiettivo, rimango carico.
Mentre tutto il mondo si sfonda di cibo al tanto chicchettoso apericena, io bevo il classico negroni bello sbiotto. Mi piace apprezzare il gusto del mio beverino senza che il cibo ne alteri il sapore e gli effetti. Ogni volta è in grado di regalarmi sensazioni diverse, forse perché la barista che me lo prepara ogni volta non ha ancora capito che ha sbagliato lavoro.
Soddisfatta l’esigenza di bere il primo robo della serata, ci spostiamo alla festa. E’ un evento più unico che raro, ma stasera è la volta buona, lo sapevo che era il Venerdì giusto. Arrivati alla tal festa del tale “amico” nel tal posto, ci rendiamo conto che è un macello assurdo. Per un attimo ci consultiamo chiedendoci se non sia il caso di andarsene via. Ormai però siamo qui e quindi facciamo la cosa più intelligente: la coda al bancone. Giunto il nostro turno ordiniamo i gin tonic  d’ordinanza, due mani due cocktail perché nessuno ha voglia di rifare la coda.
Mentre sorseggio il mio drink mi guardo intorno con occhio tecnico. E’ un attimo, l’ho già individuata. Povera lei, è lì ferma a parlare con le sue amiche ignara della fortuna che le è toccata stasera. Quella fortuna, sia chiaro, sono io. Non l’ho mai vista prima. Cosa difficile da dire in una città in cui hai già incontrato più o meno tutti almeno una volta, ma ne sono più che sicuro perché una morettina così buona me la ricorderei sicuramente. Ha delle bellissime labbra carnose che gridano al limone duro, occhiali grossi che fanno tanto segretaria porca (lo so, è una deviazione professionale), due tette da perderci dentro la faccia e un culo talmente sodo che se provassi a schiaffeggiarlo ci perderei la mano, ma io lo vorrei fare lo stesso. Sbadabammmm…
Bevo il primo cocktail lentamente, ma solo per darmi il tempo per capire da che parte sferrare il primo colpo del mio attacco alla preda. Nel frattempo penso e realizzo che ho due possibilità.
La prima, la più istintiva, sarebbe quella di andare da lei con fare deciso, tirare fuori il pitone che mi ritrovo ad avere tra le mie gambe, appoggiarlo in modo energico al tavolo al suo fianco ed esclamare “ciao bella, che cosa ne vuoi fare di tutto questo bendiddio?” (la doppia d è un classico, serve a fornire più spessore e virilità a quello che ho da offrire). Nonostante il gin tonic capisco a mio malgrado che il pitone deve aspettare calmo nei pantaloni perché così facendo rischierei solo di ricevere un sonoro schiaffo in faccia. C’è da dire però che un tal approccio sarebbe la soluzione di tanti mali. Una tecnica così facile, veloce ed immediata potrebbe evitare lunghi corteggiamenti che il più delle volte risultano essere superflui e noiosi. Si potrebbe capire subito il reale interesse della fanciulla in quello che abbiamo da offrire dandoci la possibilità di cambiare obiettivo qualora lei non fosse interessata. Mi ritornano in mente le sante parole del più bell’approccio uomo donna della storia del cinema: “Io non so di preciso cosa si richieda che io dica per poter avere un rapporto sessuale con te, ma non potremmo supporre che io l'abbia detto? Essenzialmente parliamo di uno scambio di sostanze fluide, quindi non potremmo passare direttamente al sesso?”… Tutto condivisibile, parole sante a cui io aggiungerei anche: “Sappiamo benissimo tutti e due che hai una voglia matta di scopare e godere quindi perché vuoi privarti di questi piaceri se puoi soddisfarli ora qui con me?”. Ma no, così proprio non si può fare.
“Si, sì, domani ci sono anche io per andare in trebbia”… ma che cazzo me ne frega del trebbia di domani, adesso ho un problema più importante da affrontare.
La seconda possibilità, la più razionale, mi suggerisce di finire l’altro gin tonic in modo da poter pensare meglio a agli argomenti di una clamorosa torta da poterle tirare in perfetto stile proteo di san bonico o lorenzo da Lisboa. Non ho ancora deciso cosa dire, ma penso proprio che le andrò a parlare. Stasera è la volta buona. Deve essere la volta buona. Per caricarmi un po’ passo dal bancone, decido di cambiare e coca e rum sia!
La musica potrebbe venirmi in aiuto perché a dirla tutta nel ballo non sono poi così male. Magari rimane impressionata dal movimento sensuale del mio bacino, ma niente, lei continua a ciarlare con le befane delle sue amiche. Io sono qui a fare il John Travolta ne “la febbre del sabato sera” e lei niente. Riuscire a portare a casa il risultato tanto agognato potrebbe essere più difficile del previsto. L’unica cosa che so per certo è che ho le palle piene d’amore e ho l’estrema necessità di svuotarle. Mi ritrovo ad avere due tizzoni ardenti nella zona pubica sui quali potrei cucinare qualsiasi cosa, a proposito “andiamo a mangiare qualcosa? Un classicissimo panino da Michele non ci starebbe poi così male”. Stasera però sembra non andarmene bene una, nessuno ha fame anche se è da quando ci siamo ritrovati che non abbiamo mangiato niente.
Torno sul mio obiettivo principale e decido di cambiare tattica. Smetto di dimenare il culo ed inizio ad osservarla. Sguardo intenso e sexy fisso su di lei. Se solo mi cagasse almeno un secondo potrebbe leggere sulla mia fronte la scritta “SCOPAMI SUBITO”.
Mi rendo conto che le ho provate tutte e l’unica alternativa che proprio mi rimane è quella di andare da lei per parlare, ma a dirla tutta non ne ho poi così tanta voglia. Se almeno conoscessi qualcuno di quelli che le orbitano intorno potrei trovare il pretesto per iniziare un discorso sensato e tutto sarebbe più facile. Ho paura di arrivare li da lei ed iniziare a fare il motoscafo tra le sue tette invece che presentarmi semplicemente. Con la coda dell’occhio vedo un movimento strano tra i miei amici, capisco subito che sta partendo la solita joint venture. Che fare? Non posso non seguirli.
Finito fuori, rientriamo. Passiamo al solito bancone per una tempesta di amari utile per digerire la cena che non abbiamo mai fatto. Faccio un ultimo sforzo per andare verso di lei ma anche senza specchio mi rendo conto con ho più mimica facciale. Porca troia, ho finito anche le maschere di scorta. A questo punto capisco che è arrivato l’inesorabile solito verdetto: anche stasera si scopa domani sera. Tanto meglio così perché come soleva narrare il noto cantastorie d’oriente, Jio Ando, “la figa è la rovina degli ultrà, oooooh oooooh oh…”






martedì 20 maggio 2014

Editoriale numero non mi ricordo

Ciao testine!

Ma che bueno ma che bueno, la rubrica canterina mi piace!
Mi sono commosso ad ascoltare le due canzoni fino ad ora inviate!
Bravi!

Ora un poche di brevi news:


AGGIORNAMENTO CONCORSONE "CHI ODI DI PIU'":

Inaspettatamente, i lettori di questo pregevole sito odiano di piu' i Sedicenti registi, categoria che impesta Piacenza piu' di ogni altra citta'. Alcuni esempi?
Beh c'e' quello che non sapendo fare il regista neanche dopo aver fatto una scuola per registi

Spingitori di spingitori di registi
si e' bombato (o si sta tutt'ora bombando) la figlia di registi. E poi gli altri esempi non ho voglia di scriverli, ci sono i commenti apposta.
Al secondo posto a parimerito Bonolis Paolo insieme a Negri, Ebrei, ecc...

Vincono 4 iPad belli da dio:
-Paolo Bonolis da Roma (RM)
-Dario M. da San Bonico (RM)
-Kalid dalla Coop dell'infrangibile
-Mediobuono da Gossolengo (PC)


In attesa dei pezzi di domani posso fare l'annuncio: fra due settimane si comincia a scrivere a tema, e il tema sara'...

...i cinque motivi per cui vale la pena di vivere a Piacenza.

Potra' essere una lista, un racconto, o semplicemente delle figure se non sapete mettere insieme due parole.
Cominciate a pensarci.

In arrivo anche altre rubriche e biografie, ma domani perche' oggi non ho tempo e devo andare a vedere Godzilla in Imax 3D.


Un abbraccio merde
L'invidioso



lunedì 19 maggio 2014







Ecco a voi, puntuale come i treni quando c'era Lui, la Rubrica del Lunedì "Canti e Balli".
Qui il link ed un breve indizio sulla misteriosa personalità che ha scelto il pezzo, votate numerosi al sondaggio! In premio una settimana in un resort megalusso a Brunico in compagnia della sorella di Albi e delle sua amiche cagne! Personalmente ho già la pellagra solo al pensiero, WOW!!!!

Il Nichilista


"Ad ogni volta che due merda sono rimasti da soli. Poco conta se a sballarsi, vomitare, piangere, confidarsi, viaggiare, studiare, trombare (forse Peco e Beltro). Ad ogni volta che un trio è diventato un duo.

 Ho brasato naturalmente"

https://www.youtube.com/watch?v=p4yHYbhCDLg

Sono buone le fragole? Da raccogliere intendo...


 

mercoledì 14 maggio 2014

L'ultimo saluto ad un AMICO

Ciao Pizza, ciao grande, ci mancherai. Oggi doveva comparire il tuo primo pezzo su questo blog, ma non ce l'hai fatta. Ci tenevamo... Ora insegna agli angeli come fingere l'infermità mentale. Ti vogliamo ricordare sorridente e spensierato.

Eugenio a Dresda in gita d'ìstruzione
Comunicato ufficiale della famiglia:


Eugenio Pisciaghi è spirato nella sua casa di Perino, dopo mesi di agonia. Lo hanno assistito i famigliari, pochi amici e ingenti quantità di erba medicinale palliativa. Ieri sera l'Avvocato aveva ricevuto l'estrema unzione dall'arcivescovo Mons. Curatamazza. La camera ardente sarà allestita domani alle 10 nel piano seminterrato del Bar Cheope, secondo il cerimoniale del Senato. I funerali si svolgeranno sabato sera, orario aperitivo, presso il Rifugio di via Vignola in forma ufficiale, e saranno trasmessi in diretta su Italia 7 Gold. Sarà invece celebrata in forma privata la cerimonia di tumulazione a Borgoforte.

Addio al mattatoio n°5

Quell'odore dolciastro nelle narici. 

Ci risiamo. 

Panico. 

Devo pensare in fretta. 

Panico.

Stiamo calmi, è successo un sacco di volte e non siamo mai morti. 

Pensa, pensa cazzo, pensa. 

Speriamo che la testa vada più veloce dell'altrui sguardo. Si vede il panico? 
Il sorriso è passato dalla modalità spontanea a quella costruita ad arte. Non capisce mai la differenza nessuno. Qualcuno forse sì, ma non c'è tempo. Urge una via di fuga, rapida e di classe. 

Che cosa hai imparato? 

La teoria aiuta. 

Guardati attorno, usa il contesto e fai della fretta l'amante della sopravvivenza.

Sinistra. 
Sento il braccio premuto contro mio. Sarà pure sulla mia stessa barca. Un'occhiata furtiva. Bene. Vicino a me c'è uno sguardo dolce. Due occhioni grandi che scrutano il mondo con meraviglia. Candy Candy. Peccato che la mano non tremi, impavida guarda la tempesta. Romantico.

Pensa, pensa in fretta.

Potrei confidarmi e cercare un complice. Casino. Non c'è stile in una fuga orchestrata. Vogliamo dare soddisfazioni agli spettatori attenti. Che poi, cosa potrò mai fare? A ben pensarci non credo che quegli occhi siano esauriti nel sublime. Più probabile che sia un infiltrato. Il nemico. Morirò. Merda! Altro che fascinazione, più probabilmente è solo chimica. Purista, mi trovo nella tana del lupo: Psycho Candy. Il suo è amore puro, fanatismo quasi. Splendido. Ma qua si muore. Non c'è tempo.
Muoviti, mia cara testa, si può fare meglio.

Destra. 
Nessuno vicino. Che faccio? Panico. Non mi resta tanto tempo. Fingo un malore; perché non ci ho pensato prima?! Nessuno si accanisce con gli indisposti, il cui punto di rottura è troppo frequente per l'ironia e troppo flebile per il sarcasmo. E' fatta! Fingo di svenire. La debolezza è sempre meglio della codardia.
Un pò più a destra. Cade la coda dell'occhio. Menomale. Luce fremente dei miei occhi. C'è qualcuno. Una figura rassicurante che, tuttavia, tintinna. Oddio. Che cos'è? Ascolta meglio. Sono pasticche. Ma certo, eccolo, l'eco del buon senso. Il piccolo Timmy. Ma che sfiga. Qui fingo di svenire, ma non c'è possibilità che sia credibile. E' esperto. E se poi in uno slancio di affezione mi riempie di pillole e muoio davvero per quelle? Tanto vale essere fatalisti. Posso capire morire sul campo, ma così è da stupidi. La stupidità non fa per noi.
Sinistra e destra. Probabilmente non arriverebbe a darmi nulla. Se, tuttavia, il tintinnio arrivasse a Psycho Candy probabilmente morirei calpestato. Che è la peggiore delle mie prospettive. Non che non apprezzi la sua bellezza, ma non è il momento. Sto divagando. Presto presto. Il tempo è agli sgoccioli.
In fondo a destra. Il bagno! Posso prendere tempo. Una via di fuga semplice, senza fronzoli. Perfetto. Ma si vede che è già preso. Chi può aver fatto prima di me? Penso molto in fretta. Certo che la fortuna cieca si sfoga. Tra tutti i momenti, proprio ora ci voleva un rigurgito sessuato. Mai momento fu più adatto. E mentre in bagno c'è chi cerca di ritagliarsi un momento di coppia, io sono fottuto. Si sentono da qua i tonfi dal bagno. Gambe troppo lisce per essere afferrate. Che cazzo di macello. Così, sacrificabile, mi ritrovo senza piani B. 

La mia vita è agli sgoccioli.

Pochi secondi e finisce qua. 

Molto bello. 
E' stata proprio una gran cosa. Si poteva scopare di più ma è stato bellissimo.
Abbiamo provato a rubare un secondo in più. 

L'odore è sempre più forte. Si avvicina la fine.
Addio.

Che poi, a me, la grappa fa schifo.

Obalè.