mercoledì 21 maggio 2014

Breaking bad - Piacenza





È finita. È stato tutto inutile. Neppure scappare dall’altra parte del mondo ha permesso di sottrarmi ad un destino già scritto. Però quanto è bello essere stato Dio per tutto questo tempo? Anche se continuavo a professare di agire per altri, per una nobile causa, l’ho sempre fatto per me soltanto, per dare sfogo al mio Talento e sentirmi vivo.
A questo punto tutto mi è chiaro. 
Improvvisamente la mia mente tornò indietro a quel tranquillo e assolato pomeriggio d’estate in cui mi venne comunicata la notizia. Il mio amico Dario M. – o forse, per la privacy, sarà meglio chiamarlo D. Meloni – aveva da poco convinto me e Giovanni a diventare donatori di sangue e avevo effettuato un check up completo. D’altronde, avevamo tutti e tre mantenuto uno stile di vita impeccabile, fino a quel periodo, niente sostanze strane, molto movimento, un bicchierino ogni tanto giusto per fare compagnia; pensare di potere aiutare il prossimo ci faceva sentire meno inetti.
Quando mi contattarono dall’ospedale non volevo crederci. Conoscevo benissimo il significato di quelle parole e la sorte infame occorsa a quel famoso giocatore di baseball americano degli anni ‘30. Per non parlare del giocatore della Fiorentina, un tempo formidabile adone, ora larva inoffensiva. Eppure, il primo pensiero non fu per la mia famiglia, la mia ragazza o per il destino terribile che mi sarebbe aspettato. No, il mio primo pensiero fu ai miei amici: ero terrorizzato dall’idea che, pur nutrendomi un incondizionato affetto, avrebbero comunque trovato il modo di sbeffeggiarmi. Come minimo, sarei finito sul desktop di qualcuno di loro e sarei stato oggetto di numerosi brindiselli e di scherno in qualche gruppo su internet.
La seconda cosa a cui pensai è “perché a me?”; perché non, ad esempio, al marchese, che tante volte aveva sfidato il destino? Era tutto così ingiusto. I miei neuroni avrebbero presto cominciato a degenerare, mentre i miei amici sarebbero stati ancora lì, ad ispirare incuranti il loro veleno.
Seguirono giorni davvero duri, in cui alternavo stati di disperazione ad altri di incazzatura totale; mai però il mio verbo arrivò ad insultare il Creatore, perché a me e ai miei amici non piace e, ad essere onesti, non sta proprio bene. 
La svolta arrivò quasi per caso. Il mio amico Iron Man, che con tutte le sue forze aveva cercato di consolarmi, insistette affinché io provassi quella magica sostanza, dal nome così dolce, che richiama quello di una nota pop band di topolone. All’inizio ero scettico ma, a differenza dei miei compagni, pensai che non poteva avere sul mio cervello effetto peggiore della malattia in atto. L’enfasi che procurava era deliziosa: breve, intensa, paurosa follia. Si trattava di un’insana alterazione artificiale che ti fa fare cose come cinquecento flessioni in un minuto o, semplicemente, ti spinge a fare un salto al cimitero più vicino. Col senno di poi capisco i ragazzi che in America si mangiano la faccia a vicenda. L’aspetto più importante però è che era tutto legale. Si, avete capito bene, legale. Come comprare del thè o dei sali da bagno.
Il giorno successivo, però, tutto ripiombò nel buio.
“Hai sentito il TG?” mi chiesero insolitamente al telefono.
“No, perché?” risposi.
“Hanno appena fatto vedere Piacenza, che storia!”
“A proposito di cosa?” chiesi senza badare troppo alla notizia. Pensavo si trattasse dell’ennesima nigeriana accoltellata davanti a casa di Cervi.
“E’ diventata illegale” mi disse. Il tono cominciava a farsi serio. “… e hanno messo sotto sequestro il negozio”.
Dopo un primo istante di incredulità, capì che era la mia grande occasione. Era l’opportunità di dare un senso alla mia esistenza, lasciare un segno, diventare grande. Avrei lasciato ai miei amici un ricordo di me dolce e offuscato allo stesso tempo, e avrei garantito la stabilità economica della persone a me care. D’altronde, l’affitto del garage di Mucinasso ove tanto tempo ho potuto trascorrere in pace non si paga da solo.
All’università mi occupavo di materie diverse da quelle che mi avrebbero di lì a poco impegnato ma mi assicuravano comunque un comodo accesso alla strumentazione necessaria. Sarebbero state utili anche quelle nozioni di chimica che la dotata insegnante del liceo (dotata nel senso che qualcuno della mia classe, uno a caso, avrebbe avanzato commenti lusinghieri) era riuscita faticosamente imprimermi tra una miniassemblea e un’ora di compresenza. Al resto avrebbe sopperito l’esperienza sviluppata nei peggiori sobborghi piacentini.
L’idea, chiara, era quella di sintetizzare una nuova sostanza “legale”, modificando artificialmente la composizione chimica della stessa, fino a giungere alla creazione di un principio attivo che la legge al momento non etichettava ancora come “sostanza stupefacente”.
Ottenuto dal legale di fiducia del gruppo l’elenco delle sostanze qualificate come stupefacenti ai sensi di legge, mi misi a scarabocchiare legami covalenti, formule astruse, finché non riuscì, con un po’ di fantasia, a ideare la sostanza perfetta. Sarebbe stata – oltre che legale – incolore e inodore, ma dagli effetti potentissimi.
Il processo di produzione sarebbe stato di lunga e complicata fattura. Non potevo certo iniziare i lavori a Piacenza, troppo rischioso. Ecco un altro colpo di genio: avrei organizzato un finto viaggio in bici fino in Cina! In questo modo la gente sarebbe stata distratta dall’ultimo sogno di un malato terminale e avrei avuto tutto il tempo di assentarmi per un po’ senza dare nell’occhio.
Mi avviai a fare una gran bella spesona al Lidl, senza badare a spese, proprio come si fa nell’occasione speciale di capodanno e mi diressi di volata nel caro garage di Mucinasso. Lì cominciai il complesso procedimento di produzione, ma fu un disastro. L’intento era più difficile di quanto mi aspettassi: maledissi tutto quel tempo passato a vivisezionare topi. Forse la malattia cominciava a mostrare i suoi effetti?
Ammisi che da solo non ce l’avrei mai fatta. Avevo bisogno dell’aiuto di qualcuno esperto nell’ambiente ma non troppo, come, per esempio uno che avesse passato brillantemente il test di medicina ma avesse poi terminato solo il primo semestre di lezioni. Il pensiero cadde subito sul fidato Giovanni, figura ideale non solo per produrre, ma anche per immettere sul mercato il nuovo prodotto, dato che anche egli aveva condotto un’infanzia difficile alla periferia di Piacenza. 
Convincerlo fu semplice: bastò dirgli che si faceva così, e così fece. Mi recai di nuovo, nella campagna più isolata, ci arrovellammo tra provette e pipette, fino a che una misteriosa sostanza blu fece capolino nei teglioni di alluminio. Non ero convinto della colorazione della sostanza – certamente dovuto ai prodotti marchio Lidl – e stavo per cestinare anche quest’ultima portata, quando Giovanni ne prese un pezzetto e cominciò ad aspirarne i vapori riscaldati. I suoi occhi cambiarono immediatamente aspetto e cadde in uno stato di trance da cui si riprese solo dopo due ore. Al suo risveglio, raccontò di aver vagato per posti meravigliosi, antichi, animati da personaggetti buffi e che, a un certo punto, un opossum gli disse di cercare l’anima gemella. Non c’erano dubbi, avevamo creato la sostanza perfetta, mancava solo la firma dell’autore: GM.
Come primo smercio potemmo contare sul giro di scommettitori che un nostro complice dal glaucoma facile capeggiava presso il centro Snai di via Manfredi. I clienti rimasero folgorati dalla potenza dello sballo assicurato dalla nuova sostanza. Il bello di tutto ciò è che non eri costretto a darti appuntamento dietro al borgo faxhall o a casa di geia, perché era tutto perfettamente legale. Ottenemmo ottimi piazzamenti anche presso gli amici della strada Agazzana e di Crocetta.
Il mercato di tossici piacentini, in breve tempo, andò in fibrillazione. Tutti, dalla cumpa della coop dell'infrangibile agli amici lodigiani di Walberg l’hipsterasso volevano provare la nuova sostanza. Io è Giovanni fummo costretti ad aumentare la produzione. E ben presto sorse l’esigenza di espandere il tiro. Questo comportava certamente dei rischi. Sapevamo bene che c’erano zone in cui era meglio non entrare e gente da non infastidire. Soprattutto, non bisognava varcare i confini della Piacenza bene. In Val d'Arda, ad esempio, vi era un duca spietatissimo che non avrebbe certo gradito la concorrenza del nostro prodotto sul mercato.
In ogni caso il gruppo si espanse e raggiunse il punto più alto del potere. Sicari del GM si annoveravano in tutta Italia, da Parma a Torino passando per Pavia. Arrivammo a conquistare anche il mercato tedesco e quello scozzese, riuscendo nell’impresa di convincere la gente del posto che ormai l’ago non va più di moda. Era diventato un impero. Con gli investimenti finanziari giusti, consigliati dalla coppia di fatt(i)o Manu e Bordiiiiini, nonché le giuste dritte tributarie provenienti da un altro membro del gruppo, i ricavi cominciarono ad aumentare. I guadagni ora permettevano di cucinare direttamente in città (avevo infatti affittato un negozio di biciclette nel quartiere che mi assicurava un'ottima copertura) e di rifornirmi presso un distributore di miglior qualità rispetto al Lidl: il Kaefu, ma il colore blu della sostanza rimase il marchio di fabbrica. L'avvocato ed un suo amico architetto riciclarono parte del denaro in infrastrutture: volevo assicurare un futuro radioso ai miei figli e tenerli lontani dalla legale.
Pensai anche di smettere. Il mio nome ormai era conosciuto in tutta la provincia sotto lo pseudonimo di “the envious”, per via del fatto che mi concedevo raramente ai piaceri di ciò che producevo. Riusciva comunque a incutere un certo timore in chi lo pronunciava. Ricordo ancora quando fui costretto ad annientare quel piccolo impero che si stava formando tra i campi di pomodori nella vicina San Bonico, dove un noioso erborista cercò di attrezzare un piccolo laboratorio nel suo scannatoio interrato. Ma si era messo contro le persone sbagliate. La nostra vendetta fu efferata. Dopo aver dato appuntamento all’erborista dalla tettona di Gerbido ed essere arrivati con un’ora e quaranta minuti di ritardo, lo costringemmo alla più crudele tortura: una serata al Village (due ore di coda solo per entrare) che lo costrinsero a spararsi un colpo alla tempia nel mezzo della pista.
Tutti ci temevano e tutti ci rispettavano. I soldi entravano a palate, eppure, non riuscivamo a uscirne. Io ero sempre più lontano dai miei cari che non potevano comprendere la grandezza della mia opera. Solo dopo che la malattia avesse preso il sopravvento, forse, avrebbero capito ciò che avevo fatto per loro. Anche i miei amici sembravano distanti, loro sì che si beavano dei frutti del mio lavoro mentre io, al massimo, mi concedevo un po’ di passivo ogni tanto; cominciai così a rifugiarmi nella grappa.
La produzione non accennava a diminuire. Anzi, stavamo per collocare un lotto davvero imponente. Il contatto era stato fornito da un altro ragazzo del quartiere, ben noto ai più per la caratteristica parabola sotto cui si trova la sua dimora: un ragazzo un po’ chiacchierone ma tutto sommato affidabile.
Ciò che non avremmo mai sospettato è che ci avrebbe teso una trappola. Lory ‘a carogna – così si chiamava nel ghetto – era in accordo da tempo con i nostri rivali storici, i Pepper’s, e mirava a sostituirsi a capo del cartello. Lo scambio era fissato nel piano seminterrato di un noto e familiare locale contraddistinto dalla gentilezza dei baristi (soprattutto dell’anziana mater) e per le innumerevoli piene prese al calare del sole. Sembrava il posto ideale per un accordo tra gentiluomini.
Mi presentai all’appuntamento con il fidato Giovanni. Era proprio uno di quei giorni in cui si, un tiro lo avrei fatto volentieri anche io! Avevamo un’insolita impazienza e trasalimmo quando Lory ‘a carogna ci introdusse i clienti con due birroni ghiacciati e abbondanti crostinelli. 
All’inizio discutemmo di affari e tutto sembrava andare liscio: l’intera partita di legale era stata pagata al prezzo convenuto. Rimaneva da saldare il conto con il barista e sgommare via. Era abitudine che i clienti pagassero le consumazioni e davamo per scontato che anche questa volta sarebbe stato così: i Pepper’s, però, non si decidevano a sganciare i 2,50 euro per birrone. Giovanni, allora, con tono leggermente polemico, fece presente che “non siamo mica al Mirò qua eh”: qui successe l’impensabile. Uno dei Pepper’s, il più smascellone, estrasse una pistola e freddò il mio socio. Nel parapiglia che seguì riuscii a stendere un paio di naziskin e fuggire per le rapide scale del locale, in cui riecheggiava ancora il suono cupo dello sparo. 
In un attimo ero fuori, incredulo e con l’adrenalina a mille. Per un attimo ripensai a Giovanni e al triste destino che lo aveva appena colpito – per colpa mia. Ne aveva passate tante ma a fregarlo ci aveva pensato proprio un amico.
Mi trascinai fino al laboratorio, distrutto dal senso di colpa, intenzionato a farla finita con questa vita. Dannazione, se avessi accettato la malattia tutto ciò non sarebbe mai accaduto.
Passai il giorno successivo a disfarmi delle attrezzature che avevano reso grande il mio impero e il mio nome, e fatto felici tanti tossici amici miei. Avevo già pronto un biglietto di sola andata per Singapore, dove avrei potuto nascondermi e cercare di rallentare il lento declino della mia mente.
Restava solo da vendicare il caro Giovanni; avevamo avuto molti scontri, soprattutto ultimamente per via della deriva autodistruttiva che aveva preso e che così tanto gli aveva fatto assottigliare le gambe, ma rimaneva un grande affetto tra di noi e meritava di essere onorato fino alla fine.
Aspettai di capo dei Pepper’s, il temibile Rebolone, davanti al campo di allenamento della squadra locale. Sfidai lui e la sua scorta a un uno contro undici senza esclusione di colpi. Troppa era l’emozione e la grinta che mi infondeva il pensiero del caro Giovanni che non ebbero scampo. Strappai persino lo scalpo pelato con la vistosa celtica rossa: non mangerai più il cuore ad alcuno, maledetto. Avevi anche dimenticato la malattia.
Era finita, pensai.
Tutto il resto è il presente. Cercavo di concludere dignitosamente l’esistenza, con la donna della mia vita affianco, in questo mondo così diverso, così lontano. Ripresi anche i contatti con i miei vecchi amici attraverso buffe iniziative editoriali. Dicono di rimpiangere ancora “la legale”.
Sentivo che non avrei dovuto fare entrare quella ragazza, questa sera. Solo che qui è considerata un’offesa rifiutare una prostituta che ti viene inviata a casa, specialmente se è minorenne. Prima ancora di avere modo di eccitarmi ed immaginare le solite perversioni, lei aveva già estratto l’arma. I Pepper’s mi hanno trovato, anche qui. Il suo messaggio, chiaro, fu: “addio mollo!”.

2 commenti:

  1. Che storia toccante, trasuda di verità. Che poi quel Tommy non me la contava mica giusta già quando aveva aperto quello stupido blog. "Mi fa male il ginocchio, mi fa male il ginocchio!" Ma vai a cagare che io alla tua età saltavo le corriere per il lungo! Era chiaro che il viaggio era una farsa per i suoi loschi piani e per mettere sulla cattiva strada brava gente come il Bimbo, che è tanto un bravo ragazzo...

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  2. ho sprecato troppo tempo a leggere sta roba

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PENOSO.