lunedì 25 agosto 2014

Amigdala CDD

Sleeping late with a headache - Perfect weather
Congregate
Lay in wait for an answer - They're still waiting
Nothing's moving - Radiates
Everything lasting for seconds
Evaporated
Lovers' lips - Drinking late at the station
Smiling faces - Comic weep
Wiping your face in whatever
There's an answer.




Perche’ sto scrivendo questo? Credo sia la cosa piu’ vicina ad un testamento, ad un segno tangibile del mio passaggio attraverso questa palude del cazzo prima di scomparire per sempre. Un testamento, scritto di getto. Prendetelo come tale.

Fottuti gialli, ci arrivarono prima di tutti gli altri. Non e' stata una sorpresa per nessuno.
La prima notte che provai il dispositivo Amigdala gia' sapevo che sarebbe andata a finire cosi, un presentimento tanto oscuro quanto confortante mi aveva sovrastato al mattino, facendomi sogghignare con un'aria tra l'ebete e l'assassino seriale di puttane. Avevo la stessa sensazione che credo si abbia prima di lanciarsi dal tetto di un palazzo e sapere che ad aspettarci a terra ci sara' fottuto asfalto, ma coperto da tanta, tantissima spumosa panna montata.
Ecco, sto delirando di gia', cazzo. La nausea che non va via.
Niente è buono o cattivo, se non è tale nel nostro pensiero.

Lucido, stiamo lucidi. Ma prima vomitiamo un attimino, dai.
E spieghiamo meglio il seme da cui tutto e' nato: il dispositivo Amigdala, o come lo chiamano i fottuti gialli, l'Amigdala CDD e' un piccolo bypass che installano a ricchi e facoltosi stronzi come me. Punto.
In pratica, serve a creare un ponte tra due fasci di neuroni che, stando a come il buon padreterno ha creato le cose, non si dovrebbero toccare. Ecco, l'Amigdala CDD li mette in comunicazione. Facile.
I gialli e quei mangiamerda degli americani si sono dati battaglia per un paio d'anni, sfidandosi su chi sarebbe per primo stato in grado di mettere in commercio l'aggeggio basato sul principio che alcuni studenti di una universita' in Russia, ragazzi morti di fica sicuramente, avevano teorizzato per primi.
Quel ghigno da suicidio nella panna montata ce l'avevo stampato per la successiva settimana, dopo la prima notte dall'installazione.
La prima notte, chissa' che cosa ho sognato, neanche lo ricordo.
Merda, si vomita di continuo. Ormai arrivo a passare in bagno la maggior parte del tempo da sveglio.  Effetto collaterale migliorabile, cristo.
La prima notte dicevamo. Ricordo che quando mi sono svegliato ci ho messo molto piu' del solito a spegnere la sveglia, cosa che non mi succede spesso.
Alzarsi dal letto e infilarsi le pantofole era sembrato uno sbarco in Normandia del cazzo. E tutto il giorno in quella gabbia di ufficio a tenere d'occhio fluttuazioni dei mercati, ForEx e cagate simili, l'ho passato a massaggiarmi l'interruttore dietro l'orecchio, ricordo bene la cicatrice ancora fresca vicino al piccolo tasto, con i piccoli grumini di sangue che ricalcavano i punti. Inquietante, lo so. Aggiungeteci il ghigno.
Dopo la panna montata ci aspetta il crudo asfalto, ma nessuno puo' toglierci il ghigno mentre guardiamo il mare soffice sotto di noi. Non me ne potrebbe fottere di meno di sapere che il mio cranio si spappolera' a terra come un'anguria marcia. Mi godo il momento, come va di moda dire su facebook. La mia vita, al momento, e' una ficata, ed e' una ficata grazie ai miliardi che mi hanno permesso di comprare questo cazzo di pulsantino dietro l'orecchio. Grazie ai gialli. Grazie agli studenti morti di fica di Sticazzigrad.
Da dove vengono questi miliardi? Bravi, bella domanda, questo e' il senso del tutto. La mia storia e' il centro, il lungo percorso che mi ha portato fino al baratro di panna montata. Un povero stronzo, ne' ricco ne' povero, vissuto ad Avon, tra piene improvvise, ragazze di cui innamorarsi, ragazze di cui approfittarsi e gli amici. E la scrittura. Mi piaceva scrivere. Scrivevo stronzate eh, piccole fiabe per malati di vita, le scrivevo a quei tempi, le scrivevo d'impeto, stavo alzato la notte per finirle. Tragedie perlopiu'.  Poi arrivarono le opportunita'. L'universita' per culi ricchi, quelli coperti da pantaloni costosi di marche che neanche sapevo esistessero. Imparare a leggere e interpretare dove si spostano i soldi per poter fare soldi. Sempre meno piene improvvise, sempre piu' ragazze di cui approfittarsi e sempre meno ragazze di cui innamorarsi. Sempre meno notti insonni con la penna in mano che ci si deve svegliare presto. Gli amici sempre li', ma con i loro cazzi, si sa.
Il cervello costruisce barriere, indispensabili per sopravvivere, e' evoluzione. Quelli che si sparano in faccia non hanno un cervello abbastanza efficiente nel metter su quelle barriere. L'ho sempre pensato: se non sai dimenticare il passato, se non sei in grado di chiuderlo in una stanza e sbirciare da una fesura ogni tanto, come puoi andare avanti? Come fai ad andare avanti sapendo che la poesia e' sempre meno, che tutto diventa sporco, blando, comprabile?

È un po' di tempo che, non so perché, ho perso tutto il mio brioso umore, tralasciato ogni usata occupazione; e ciò grava a tal punto sul mio spirito che questa bella struttura, la terra, mi sembra un promontorio senza vita, questo stupendo baldacchino, il cielo, questa splendida volta, il firmamento, questo tetto maestoso, ingemmato di fuochi d'oro... ebbene, per me non è nient'altro che un odiato pestilenziale ammasso di vapori. Che sublime capolavoro è l'uomo! Quanto nobile nella sua ragione! Quanto infinito nelle sue risorse! Quanto espressivo nelle sue movenze, mirabile: un angelo negli atti, un dio nell'intelletto! La bellezza dell'universo mondo! La perfezione del regno animale! Eppure che cos'è agli occhi miei questo conglomerato di terriccio? 
Un sbrilluccicoso letamaio di merda.
Non me ne frega piu’ un cazzo di quello che succede in questo sudicio mondo di formichine. Niente. Voglio solo tornare a dormire, a sognare, e appena mi sveglio la mattina ricominciare da capo. Svegliarmi nella notte col sorriso e riaddormentarmi fino a mezzogiorno. E ricominciare.
Gli studentelli morti di fica l'hanno capito subito. I sogni e i ricordi sono due rami del cervello vicini. Si sfiorano spesso, giocano tra di loro, si citano a vicenda, ma non si toccano mai. Qui sta la chiave di cui i gialli si sono impossessati per primi.
Altro vomito, nausea, sorriso alla panna montata. E un buon letto. Questo mi serve, un gigante materasso e il buio assoluto, lenzuola di seta per non sentire il sudore appiccicaticcio.
Incredibile come guardo con sprezzo e schifo alla vita passata. Mi sale la rabbia, cazzo. Perche'? Vedete, appena si comincia a guadagnare un po' di soldini, sembra che lo sport piu' appagante sia farli uscire dal portafoglio per mangiare robe che non valgono neanche un decimo di una pasta aglio e olio da sbronzi alle 5 del mattino. Lasciate stare i fricchettoni o gli "artisti", quelli che dicono che i soldi non danno la felicita'. Non hanno capito un cazzo della vita. Son teorie che van bene per chi non vuole vedere quanto e' profonda la tana del bianconiglio, e io ritardato non lo sono mai stato. Neanche un sempliciotto. Per apprezzare i piaceri che non puoi comprare, quelli piu' belli, devi prima essere in grado di comprarti buona parte di tutti gli altri. Fricchettoni del cazzo, menti semplici. Gente da invidiare, se non fosse per la loro stupidita' che sfortunatamente non possiedo.
In ogni caso, facendo la mia vita da utilizzatore finale di soldi, ho scoperto che pupe che frequentavo hanno storie tutte uguali. Diverse, ma non riuscivo ad ascoltarle, la mente viaggiava da un'altra parte. Tutte disilluse, tutte sporche, non valgono neanche un minuto speso nei vicoli ingialliti dai lampioni quando fa freddo, quando sei con la ragazza che sai che amerai per sempre, finche' adolescenza non ci separi. Eppure lo facevo. Lo facciamo tutti, spendiamo soldi per del sushi fatto a mano dal giapponese che ha studiato alla fottuta accademia del sushi di Mifuma Lamoto. Ci abituiamo tutti a trovare interessanti ragazze che sono ordinarie, usurate dalla vita e che vanno avanti come facciamo noi, grazie alle barriere.
Avevo in cuore un conflitto che mi toglieva il sonno. Stavo peggio d'un prigioniero in ceppi. D'un tratto, con un gesto temerario (e sia lode all'audacia, in questo caso: l'avventatezza talvolta, diciamolo, ci soccorre laddove ci falliscono le nostre trame, le più meditate; e ciò valga a insegnarci che c'è un Dio che dà forma e sostanza ai nostri fini, comunque li abbozziamo) presi la decisione finale. L'Amigdala e il mostruoso prestito per comprarla. Ce l'avremo su questa terra solo in 4 o 5. L'installazione costa, la tecnologia costa e soprattutto solo un malato mentale come me si pianterebbe un bypass nel cervello che e' stato provato solo sulle fottute scimmie, senza passare al vaglio medico del test di impianto su schiavi africani o indiani. Noi ricchi siamo esigenti. Ma a questo giro avevo fretta di provare. La nausea non me l'aspettavo. Ma sti cazzi.
Come so che finira' male, nonostante l’audacia di gesti temerari venga spesso premiata? Conosco un altro idiota che si e' fatto pimpare il cervello, un negro americano ricco in culo come me che ho incontrato in clinica un mese fa, si e’ fatto l'operazione subito prima di me. Ci siamo incrociati sui lettini della clinica nel corridoio. Quando i macellai finirono anche con me, ci hanno piazzati nella stessa stanza per monitorarci come cavie. Nell’attesa ci siamo scambiati due parole e i biglietti da visita come i cani si annusano il culo, per educazione. Ecco, quel tizio mi ha scritto qualche giorno fa, dal nulla, credo in preda ai deliri. Non si capiva una minchia di cosa scriveva. Ho risposto:

Dear Mr. Negro,
non capisco una minchia di cosa scrivi.
Best regards

Mi ha risposto la moglie dopo una settimana, dicendo che l'adorato maritino afroamericano (ha scritto AFROAMERICANO in maiuscolo la cagna) e' in coma e se poteva contattarmi per rivolgermi alcune domande sulle mie reazioni dopo l'uso dell'Amigdala CDD, questione di vita o di morte.
Mi veniva da vomitare, ma sono riuscito a mettere il suo indirizzo tra lo spam prima di lanciarmi al cesso.
C'e' un rischio alto, che richiede consapevolezza, quando si decide di cominciare a controllare i propri sogni. Ma bisogna essere delle gigantesche teste di cazzo nostalgiche per decidere di sognare i propri ricordi. Niente è buono o cattivo, se non è tale nel nostro pensiero, come dicevo. Io, nel mio pensiero, sapevo che quello che stavo facendo era fottutamente cattivo.
Ricordare e' un processo che passa attraverso delle barriere di realta', i muri che ci permettono di relegare i ricordi allo stato di ricordi. I sogni, si sa, sono reali, cazzo. Rendere reali i ricordi e' un passo che puo' distruggere tutto, le barriere e i filtri che ci imponiamo crollano e non ci lasciano piu' nulla per difenderci dalla delicatezza e dall’innocenza del passato, bello o brutto che sia stato. Nulla per difenderci dalla nostalgia che mangia lentamente il cuore, e ti accorgi dei morsi ogni mattina quando ti svegli. E ghigni a guardare l’impronta dei denti. Ghighi perche' hai passato la notte a vivere il tuo diciottesimo compleanno. O il tuo secondo bacio con la ragazza che ami, che il primo e' sempre un casino. Perche' hai vissuto di nuovo un ricordo di cui ti eri dimenticato, che si nascondeva dietro la sua leggerezza. Ghigni perche’ sei stato felice di nuovo, puro ancora una volta.
Chissa' quale sara' la mia ultima notte prima che l'assenza di barriere mi porti nel buio, la' dove il simpatico negro ha deciso di andare a vedere per primo come si sta. La mia unica paura, la cosa che mi fa tremare i polsi, e' di scomparire, di non poter piu' sognare, ricordare, o tutte e due le cose contemporaneamente.
C’e’ una sola nota positiva in tutta questa storia che sa di nostalgia marcia, insana, nauseante. Sono tornato a buttare giu’ due righe, nei momenti in cui sono sveglio e non piegato sul cesso. Sono rari e preziosi momenti che mi fanno sentire meno ripugnante, in cui mi accorgo in fondo sono solo un tenero perdente di successo, un’anima persa come tante in questo sciame di stronzi che girano la testa dall'altra parte cercando di farsi meno domande possibili.
E la questione, la domanda che e' diventata fedele e inseparabile compagna della nausea e' sempre la solita, da sempre, solo che piu' passa il tempo piu' diventa pesante sentirla ronzare in testa quando ci si alza la mattina, quando si mangia il sushi, quando conosciamo una nuova ragazza... La domanda e' sempre quella... Se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente.
Morire, dormire. Dormire, forse sognare.
Sì, qui è l’ostacolo, perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale deve farci esitare. È questo lo scrupolo che dà alla sventura una vita così lunga.
Nel dubbio, dopo la pioggia c’e’ sempre il sereno, no? E comunque, l’ombrello e’ da sfigati.

‘Notte, ora di dormire.

mercoledì 4 giugno 2014

Memento mori

"memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris"  (Genesi III, 19)


Un unico solo momento, tutto quanto intorno rallenta. L’occhio vede, trasmette al cervello, il cervello intima all’occhio di guardare, l’occhio guarda e nel mentre, il cervello, ha già elaborato tutto.- Maledetto infame ma come diavolo fa?- Pensi - Ma qualcheduno gliel’ha mai chiesto di essere così mirabilmente rapido?- Prodigi della natura, concludi. Non lo controlli più direttamente ed ora ti ha già fermato la salivazione. Il vociare euforico del bar non c’è più, persino le giovani donzelle molto succinte e con poca coscienza perdono il tuo interesse, il flusso di pensieri si fa intenso, torbido come acqua di fiume il giorno dopo la pioggia.
Che fare? Muoversi? Ma come potresti.. la fatica è persino troppa nel chiedere, con gentilezza, alle tue sinapsi se mai potessi serrare per un istante le palpebre. C’è solo un unico, grande pensiero che prende forma. La morte. Perchè? Perchè ti sovviene che nel letto di lei già caldo d'amore, di dolore proprio non ne hai provato, pur sapendo che lo avrebbe provato un terzo. Perchè in fondo sapevi che quel terzo, quel prototipo di uomo, avrebbe prima o poi cercato soddisfazione, e l'avrebbe trovata in te per spaccare il cuore di lei. Perché dovresti negargliela? Un poco di altruismo per Giove. Piantala di mentire a te stesso, di rimanere qui a menare il can per l’aia con tutti i tuoi simili non te ne importa più. Sei, oramai da tempo, diventato un accrocchio di piaceri da soddisfare, l’edonismo solo è ciò che ti porta avanti; dinnanzi a te c’è chi agisce per fini più nobili, l'onore. Tu ce l’hai ancora il tuo onore? Mah, forse si, addormentato in un mare di apatia. Be quello che certamente non hai più è un fine. Cercare di incidere qualcosa di positivo nella memoria di chi ti sta intorno, di lasciare un segno tangibile del tuo passaggio, ora sarebbe opera ardua quanto ipocrita. Non c'è nulla in te che meriti il ricordo, la contingenza sola è ciò che governa il tuo mondo.
Pochi istanti e ti sei già tranquillizzato, l'ansia iniziale è svanita e sei tornato lucido come una palla da bowling. Difendersi? Ma per quale motivo dunque. Hai davanti a te un'occasione più unica che rara. Il modo migliore per terminarla, la tua esistenza. Proiettile di luger nel cervello e arrivederci. Anche per chi pensasse che essere l'attore non protagonista di un tradimento possa essere colpa, beh, diventerebbe colpa espiata. Andarsene senza l’onta del suicidio e senza sperare in un disastro aereo durante il prossimo viaggio, entrambe modalità di trapasso che non avrebbero alleggerito la tua anima per un eventuale incontro postumo.
Reagire quindi? Macchè.. paradossalmente riuscire a stoppare il flusso di odio nel mentre del suo orgasmico compimento farebbe bene al tuo carnefice, ma non a te, egoista del cazzo. Scegli quindi implicitamente di diventare il mandante del tuo omicidio, ignaro di sporcare la tua coscienza ancor di più.
Smetti di pensare, l'atto capitale sta per essere consumato e te lo vuoi godere, come fosse la prima sigaretta della giornata. Ti slacci il secondo bottone della camicia ed ordini un cordiale che non berrai, con il solito, ammaliante, sorriso da stronzo sulle labbra. Ci vogliono stile e comodità, in certi momenti.

Provare e riprovare


Provare e riprovare è un meccanismo  permette di sbagliare senza alcun rimpianto.
L'ncipit è degno del miglior Salvatore Bagni e farà in.modo che il lettore non si  crei troppe aspettative.
Oggi mi sento come il principe azzurro  del sacro impero di Soragna (http://www.pramzanblog.com/2010/08/pramzanblog-intervista-diofebo-meli.html?m=1).
Indeciso nel far spola tra divano e bagno  Extreme tube-ananas -beeg decido che la mia domenica può essere diversa e non  pateticamente a base di seme.
La disamina del patetico....pensieri senza senso. 
Cercare di imbastire un pensiero più articolato del solito che mi faccia apparire meno mediocre di quanto in realtà Io sia.
Apprezzare la vita perché sorge la.possibilità che  potresti perdere tutto  ti porta ad abbassarti i pantaloni e dargliene come un fabbro.
È dura la realtà per un masturbatore compulsivo come me...
a volte penso a quanto seme scorre nelle fognature e mi domando se Splinter ci faccia la mozzarella e se la mozzarella di seme sia meno dannosa rispetto alla bufala Campana.
Napoli.Naples.Nipple
Si torna sempre lì;
fui borseggiato a Sorrento nel 99 e li nacque il mio disprezzo per la terra Partenopea
Mi rubarono 100 mila lire E
rimasi alla mercè dei mie compagni delle medie.
Tristezza e odio mi smuove Napoli
Odio tutto in modo indiscriminato di questa latrina 
Odio Pulcinella, la pizza fritta,Tony Servillo e gli ultrà in generale l.
Auguro a de Laurentis una malattia autoimmune rarissima e boicotto la pizzeria  marechiaro  di Piacenza dal 2003
Se volete investire in beni rifugio puntate sul Vesuvio e sulla cancellazione della punteggiatura.
Arh arh come gioca Pirlo.

Fauna di provincia




Certe persone sono come i licis. Fuori duri, spinosi ed apparentemente poco appetibili. Ma basta passa rompere il loro fragile guscio che subito se ne scopre una parte interiore ricca e dolce, ma a volte anche viscida.








La provincia, di per sé, si sa, spesso non riserva grandi soddisfazioni. Soprattutto per chi ci vive. Cioè pensateci…fa schifo la provincia di Milano, figuratevi di Piacenza. Chi viene da fuori ovviamente non ci pensa. I classici tormentoni sono “Ma c’è Grazzano Visconti, è un paese medievale bellissssimo!”, oppure “C’è la Val Trebbia, Hemingway diceva che è la più bella del mondo”.  Per carità, certe volte simili esternazioni mi rendono felice, quasi orgoglioso. Mi fanno capire che non è proprio tutta merda. Altre però, mi fanno scappare un finto sorriso di facciata, per soffocare un roboante “ma vaffanculo “che mi viene da dentro. Io ci sono nato qui, è tutta la bellezza di questi posti ha finito con il diventare normalità, scontata e noiosa normalità…che poi dico io, parlassimo della valle del Mississipi, o di Albarracin…la val Trebbia e Grazzano Visconti, Cristo…
Poi te ne vai, ovvio. Per questo te ne vai. Perché non ti passa più. La realtà in cui vivi ti toglie l’aria. Poi però certe volte, certi giorni, pensi un po’ a quel posto dove sei praticamente nato. Un cazzo di buco, certo, quello è e quello rimane. Ma forse solo in superficie. Anche un buco, in fondo, parafrasando quella santa donna di Cicciolina, può essere a suo modo profondo. Penso a tutte quelle persone che ho inevitabilmente incrociato in questo minuscolo ma profondo buco, faccio come dei viaggi mentali, partendo da casa mia, lasciandomi trascinare da flussi di pensieri randomici, manco fossi James Joyce…
Già solo pensando al cortile di casa mia, mi viene in mente quel muratore, col cappello di paglia e dei lunghi capelli neri al di sotto, canotta arancione sbiadita, classico jeans a pois di calcestruzzo ed onnipresente sigaretta all’angolo della bocca, da vero boss. Da piccolo ci giocavo a pallone assieme. Ma perché voleva lui, io non volevo mica. Io di lui avevo una paura fottuta. E avevo ragione ad averla: mi ricordo di un giorno (avrò avuto otto anni o giù di lì…) nel quale mi intimò di passargli il mio Tango nuovo di pacca. Io ovviamente obbedii senza fiatare e lui ci tirò una punterlata talmente potente che me lo bucò. Trattenni a stento il pianto, di fronte al suo visibile imbarazzo. Forse, a memoria, il mio primo trauma infantile.
In linea d’aria a meno di duecento metri da casa mia, abita Orso, lui con sua madre. Ha avuto un’infanzia difficile, Orso: sua madre lo ha tirato su come un soldato. Gli ordinava persino quando andare a pisciare, e se non ubbidiva gli strillava in faccia e lo pigliava a schiaffi. Il padre gli è morto quand’era piccolo, non ricordo di cosa. Penso di una malattia cronica grave. Avevo un bel rapporto con lui: da bambini giocavamo al Super Nintendo assieme, e anche alle superiori, di ritorno da scuola, facevamo un pezzo di strada assieme. Spesso mi fermavo da lui qualche minuto, parlavamo di cazzate, ma si passava il tempo. Poi un giorno abbiamo avuto una litigata furiosa, ha detto che per lui eravamo tutti “amici di comodo”. Da allora se ci salutiamo quelle poche volte che ci incrociamo è già tanto.
Lì alla fermata del bus c’era il bar di IlMichele. Il suo marchio di fabbrica era il saluto: “Sciao belo!”. Ho passato lì innumerevoli pomeriggi a giocare ai videogiochi (“mi cambi tremila lire e me le segni?”). Aveva una faccia da buono, IlMichele, mi ricordava uno dei personaggi di Indovina Chi, quello pelato con i capelli grigi ai lati. Non mi ricordo quando ha chiuso, saranno quindici anni ormai. Girava voce che avesse una collezione di filmati pedopornografici in tavernetta e che sia andato nei casini per questa storia.
Andando più in là c’è il parco giochi. Lì andavo e mi prendevo costanti sfottò dai bambini più grandi. L’episodio che più ho a cuore però è una serata passata a parlare da solo con uno dei miei migliori amici di allora, tale Pelo: eravamo entrambi due ragazzetti vivaci e un po’ sfigati, entrambi tifosi sfegatati del Milan,e questo ai tempi era già più che sufficiente per andare d’amore e d’accordo . Mi ricordo che gli piaceva un sacco quando gli parlavo in inglese e quando gli cantavo una canzone dei Rhapsody, di cui in questo momento non ricordo il titolo. E’ andato nei casini quando si è scoperto che inculava agli altri i soldi del fantacalcio per pagarsi il fumo. E’ stato quindi isolato dal gruppo e tutto quello che ho saputo dopo di lui è che ha fatto dentro e fuori dal SerT per un bel pezzo. Roba pesante. Pare che suo padre abbia dovuto vendere la sua attività per pagargli la disintossicazione.
In fondo alla stessa via vive Andy la Mala Pierna, altro amico di infanzia e compagno delle elementari. Faceva il power ranger verde (o bianco, che dir si voglia). Sta con tale Claire da anni, credo siano ancora assieme. Una brava persona. Famiglia ricca. Ha fatto l’università per un po’, poi ha piantato lì. Diceva che studiare non faceva per lui. Una volta mentre giocavamo a casa sua ho chiuso le dita di suo fratello piccolo nella portiera della macchina. Ma forte. Non so come ho fatto a non staccargliele.
Attraversiamo la strada. C’è il bar. Il bar del Destro. C’è stato un periodo in cui giravamo io, il Destro e un altro ragazzo, il Morto. Eravamo inseparabili. Giocavamo a pallacanestro assieme, quasi tutti i giorni. Venivano da me perché in cortile avevo il canestro più basso e si poteva schiacciare ed appendersi. Facevamo le serie NBA con le figurine dei giocatori di basket americani, e siccome tutti e tre avevamo comunque dei cortili con dei canestri, facevamo le serie fino a gara 7, in casa e fuori. Ci credevamo da dio. Ora il Destro c’ha il bar, e il Morto ha preso una laurea in Università super figa ed è chissà dove. Questo è uno intelligente e di buona famiglia (e non sempre le cose vanno di pari passo). Però guarda caso pure lui è scappato.
Nella piazza dove abitava il Destro ci giocavamo a nascondino. Lì vivevano anche il Red e la Ciliegia, gli ultimi amici che ho perso, ma che ho conservato fino ai tempi dell’università. Il Red è sempre stato un sciallone, ora cura le piante, per dire. Ogni tanto ci sentiamo ancora. La Ciliegia ed io passavamo le notti a girare con la sua macchina: io, lui, il sopracitato Red ed un altro tipo di un paese vicino, il Maestro, che si scoprirà poi gran pippatore. Consideravo la Ciliegia uno dei miei amici più cari, l’ultimo dei Mohicani, lo zoccolo duro. Ogni volta che tornavo a casa lo chiamavo sempre. Passando davanti a casa sua in macchina mi giravo per vedere se la sua di macchina era parcheggiata lì fuori: se c’era sapevo che era in casa e che lo potevo chiamare per uscire. Poi una volta mi ha dato una buca clamorosa, senza neanche avvertirmi, in occasione di una ricorrenza per me molto importante: da allora ho tagliato i contatti. Ma quando passo davanti a casa sua giro ancora la testa per vedere se c’è la sua macchina, anche se sono anni che non lo chiamo più. E’ un riflesso condizionato che da allora sto provando a levarmi. Fino ad ora non ci sono riuscito.
Più in là ce la strada che porta fuori dal paese. Ci vado spesso ancora adesso, quando esco a correre. Lì, su quella strada, c’è il cimitero dove sono sepolti i miei nonni, Carmine e Concetta, unici due nomi non di fantasia di questo scritto. Forse le uniche due persone con cui vorrei ancora avere davvero un rapporto tra tutte quelle che stanno ancora in quel paese, ed ironicamente, le uniche con cui non potrei mai nemmeno volendo.
Ce ne sono tanti altri di personaggi come quelli di questa storietta, racchiusi in questo paesello della meravigliosa provincia di Piacenza, classico posto dove “non succede mai un cazzo”, come ce ne sono milioni in tutta Italia, posti dove o scappi o ti droghi. Ma è comunque gente, ognuno con il suo vissuto, le sue cazzate di gioventù, i suoi segreti, paure, speranze…storie. Certo che avrei potuto soffermarmi un po’ di più su questi personaggi a volte, cercare di capire di più di loro, del perché di certe loro scelte od azioni…in fondo ho vissuto lì quasi vent’anni. A volte un po’ ci penso, ma penso anche che in fondo ci avrei trovato ben poco di interessante, un po’ come frugare nella spazzatura.

Altre volte però ci penso un po’ di più, e lo rimpiango.

martedì 3 giugno 2014

La rubrica del Lunedì al Martedì


"Il più classico dei classici, immancabile in ogni serata devasto che si rispetti. E' consigliabile associarlo a balli etnici e rottura di bichieri. Per cominciare la settimana con il sorriso, ricordandoci che c'è gente meno fortunata di noi (no, non parlo del bimbo).


e per chi fosse interessato ad approfondire la questione 


Si dice fosse il suo brano preferito.


Testo in ebraico Traslitterazione Traduzione
הבה נגילה Hava naghila Rallegriamoci
הבה נגילה Hava naghila Rallegriamoci
הבה נגילה ונשמחה Hava naghila ve nis'mecha Rallegriamoci e siamo felici

(ripetere due volte)
הבה נרננה Hava neranenah Cantiamo
הבה נרננה Hava neranenah Cantiamo
הבה נרננה ונשמחה Hava neranenave nis'mecha Cantiamo e siamo felici

(ripetere due volte)
!עורו, עורו אחים Uru, uru achim! Svegliatevi, svegliatevi fratelli!
עורו אחים בלב שמח Uru achim b'lev sameach Svegliatevi fratelli col cuore felice

(ripetere quattro volte)
!עורו אחים, עורו אחים Uru achim, uru achim! Svegliatevi fratelli, svegliatevi fratelli!
בלב שמח B'lev sameach Col cuore felice

mercoledì 28 maggio 2014

Miele


















Outside the frame, is what we're leaving out
You won't remember anyway
I can go with the flow





Le api tornano sempre al loro alveare e non sbagliano mai, neanche se ci sono due alveari identici uno di fianco all'altro. La scienza ci si è spaccata il cervello per capire come fanno.
Le api sono bene organizzate e hanno tutte compiti molto precisi affinchè il sistema alveare possa funzionare senza intoppi. Questi piccoli insetti su cui si regge da milioni di anni tutta la vita del pianeta possono sembrare tutti uguali a un primo colpo d'occhio, ma ovviamente tra di loro si riconoscono al volo: vorrei fare il paragone con i negri o con i cinesi, ma rende poco. 

Questa è la storia di un'ape, una singola ape, per la precisione un fuco, il maschio dell'ape. E' sera e la dura giornata di lavoro finisce per tutti e tranne per le api che devono sorvegliare l'alveare, tutti tornano nelle loro microcelle tutte uguali. Non è una sera particolarmente diversa dalle altre, se non fosse che oggi il fuco ha visto per la prima volta un suo simile morire. Non riesce a pensare ad altro mentre sale le scale di cemento nudo che portano alla sua celletta, è assorto e le luci al neon bianco avorio si riflettono sulla sua faccia ingrandendogli le occhiaie a dismisura e facendolo apparire ancora più un fantasma di quanto lo siano tutte le api e i fuchi che come lui stanno percorrendo gli infiniti gradini grigi. Non riesce più a ricordarsi cosa pensava ieri sera alla stessa ora, o tutte le sere precedenti della sua vita, tanto è focalizzato sull'istante del suicidio del suo simile. Eh già, perchè di suicidio si tratta: è risaputo che le api possono pungere una sola volta nella loro breve e laboriosa esistenza. Eh già, perchè anche di tentato omicidio si tratta.
Le cellette dell'alveare non hanno serrature, il fuco entra, lancia le chiavi della ridicola e vecchia utilitaria sul davanzale dell'ingresso e si lascia cadere senza forze sul divano. Rimane in silenzio nella penombra accompagnato solo dal ronzio delle pale del ventilatore. Guarda il soffitto e pensa che la parete necessita manutenzione, serve cera, sarà dura ottenerla dalle api operaie in questo periodo di piogge. Ora ride, ride di quanto è stupido il pensiero di riparare una parete, ride perchè ora si ricorda che ieri alla stessa ora pensava la stessa cosa e sembrava una faccenda seria, l'intonaco che si scrosta. Tutta l'urgenza, tutta l'importanza di ieri si scioglie sotto la pioggia che batte sulla finestra in questa notte oscura e illuminata da un aura sinistra composta dalle milioni di finestre degli alveari vicini, alti come torri, che si perdono e si ripetono a se stessi fino ad un invisibile orizzonte. Spaventato dal luogo in cui i pensieri lo stanno portando accende la tv al plasma da millemila pollici e la sua faccia si anima delle luci colorate e vitree delle api che danzano sullo schermo. Non serve, i pensieri lo stanno portando lì dove la caverna è troppo profonda per risallirne iniettandosi semplicemente un po' di pappa reale nelle vene.
Miele, devo fare miele per mangiare miele, questo è il mio compito. Questo mantra veniva insegnato sin da quando le piccole api sono larve. Nient'altro. Forse un po' troppo restrittivo, per questo ci avevano dato le televisioni, la pappa reale, lo scopare ogni tanto. Però principalmente si trattava di girare tra i fiori e fare il miele per poter resistere al lungo inverno senza fiori, all'autunno piovoso che lava via il nettare, che fa sbattere le gocce d'acqua sulla finestra che in questo momento sembrano estremamente più attraenti del programma in tv, a giudicare gli occhi vitrei dell'ape. Si alza dal divano per mettere su la rapsodia numero due di Liszt, quella che ha dentro mille colori, mentre pensa al pungiglione che si stacca, all'urlo che ne è seguito, all'ultimo orgasmo. Si accende una sigaretta. Perchè l'ha fatto? Con il nostro pungiglione cosa possiamo uccidere? Forse un millepiedi, forse qualcosa che è grande il doppio di noi. Ma non puoi uccidere qualcosa di così grosso, immenso, non è verosimile, lo si sa, e di sicuro se sai che la contropartita è morire beh di certo avrà voluto uccidere sennò è proprio un coglione. Ci avrà voluto provare. Non torna però. Miele, devo fare miele per mangiare miele. Si era rotto il cazzo? Aveva dato fuori di matto? L'omologazione era così odiosa? Ma qualsiasi idiota con un briciolo di buon senso capisce che l'omologazione ci permette di vivere, che non c'è altra via. Persino i ribelli sono previsti dall'omologazione, la nutrono.
Si accende un'altro paglione, come dicono al campaccio di via Negri.
Fuori ha smesso di piovere, è tardi ma decide di fare un giro per respirare l'odore della pioggia che evapora sull'asfalto caldo, il profumo e la sensazione che scatena è ancora una delle poche cose che ti fanno sentire vivo. Un piccolo piacere che ancora tutti sanno apprezzare. Si infila dei pantaloni della tuta e una maglietta dell'Italia pre-2006, senza le 4 stelline. Deve passare davanti alla stanza al quarto piano dove le api operaie sono disgustosamente in fila per leccare il ventre dell'Ape Regina, in un'orgia di odori che vanno dall'umido di muffa fino ad un più pungente olezzo di umori organici. Alimentano la loro suicida sterilità, omologate, ma per questo felici.
Un'altra paglia, accesa col mozzicone della precedente, questa volta le aure a lcd che escono dalle finestre degli alveari illuminano la sua faccia di una luce più naturale mentre passeggia tra giornali umidi e ratti che mangiano carcasse.
Le api a volte impazziscono, si sa. Pungono a caso anche se sanno di non uccidere, anche se sanno di morire. Succede, nessuno sa spiegare perchè. E' un fatto. Si sapeva, ma lo considerava un evento lontano, non un qualcosa di cui avrebbe potuto essere partecipe, anche solo come spettatore.
Ma lui stava cominciando ad unire i pezzi del puzzle. Miele, devo fare miele per mangiare miele. No, c'è qualcos'altro. Non è ribellione al sistema. E' qualcosa di più. E si sentiva che avrebbe dovuto trovare al più presto, perchè aveva come la sensazione di voler pungere qualcosa per liberarsi di questo dubbio, di questo peso. Una sensazione piuttosto insana. Forse abbiamo bisogno di andare oltre, di lasciare un segno in questa fotocopia. Un segno, di lasciare un qualcosa che dica che non abbiamo fatto solo miele per mangiare miele. Non un'altra scopata, non un'altra dose di pappa reale, un qualcosa di mio, che solo io possa fare. Non è forse questo a cui tutti cerchiamo? Fanculo aiutare il prossimo, fanculo procreare, fanculo tutto. Vogliamo lasciare un segno, no? E come? Cercando di inceppare il sistema spaccandoci dentro il ridicolo pungiglione che ci ritroviamo?
Domande a pacchi, a cui seguono altrettante sigarette.
Ora guardava la luna, che per un'ape deve sembrare qualcosa di immenso. Non trovava risposte, ma si sentiva che le domande erano ben assestate. 
Il giorno dopo ci sarà da lavorare, si torna all'alveare. Le macchine in strada sono rare. Digrigna i denti, è una di quelle notti in cui piazzare le giuste domande non basta.
Il fuco sta tornando alla sua vita di miele, insieme a tutte le api che vivono in quell'alveare chiamato PEEP. Esistono mille modi per costringere il proprio cervello a non pensare, ma tutti questi modi implicano la chimica, dato che vogliamo evitare quelle frociate tipo meditazione yoga o salamadonna che altro. Ha finito le paglie e il tabacchino non è lontano, si avvia. I suoi capelli sono sudati per l'afa e i pensieri, e il fuco si chiede come sarebbe averli lunghi, avvolti in una coda, come fanno i ribelli dell'alveare. Come quel suo simile che ha tentato di uccidere una cosa più grande di lui, oggi. Una bella coda. Il preambolo della pazzia, il marchio che conduce solo alla ribellione e al conseguente annientamento. O la ribellione può condurre anche a qualcos'altro? Sicuramente non alla vittoria, non alla riuscita, allora a cosa? Quando capisci che non puoi far altro che fare miele per tutto il resto della tua vita, puoi solo ribellarti e pungere?
Fuori dal tabacchino c'è un amico, appoggiato al muro giallo opaco, un'oasi nel deserto d'asfallto e cera di questa notte umida e calda. Amico è una parola grossa, ma la sua funzione di venditore di droghe sintetiche lo eleva al rango di quello che Robin è per Batman, in una sera come questa. Il fuco saluta con un sorriso e il venditore ne è un po' spaventato, non ha mai visto quella luce vibrante negli occhi di un cliente. Il venditore cerca di levarsi la brutta sensazione che gli è piombata addosso rispondendo al saluto con neutra ironia:
"Omaggi, re d'Italia", indicando con un cenno della testa la maglietta.
Il fuco continua a sorridere senza ascoltare le parole del venditore, la compravendita si conclude, il venditore ha un'improvvisa fretta di tornare nella sua celletta.

La manciata di pastiglie biancastre che tiene in mano sarebbe sufficiente a sfamare la voglia di sballo del biafra, pensa ghignando. E' seduto sul guard-rail che da sulla tangenziale, alle spalle il mondo e di fronte un alveare dal quale non si esce, con sbarre e reti, quello che chiamano le Novate. E mentre inghiotte la prima pastiglia pensa all'intuile pungiglione che la Natura gli ha fornito, incapace di uccidere i giganti. Un fottuto kamikazee senza fottuto aereo, bella merda. Alla seconda pastiglia pensa che farla finita con questa vita di miele non sarebbe poi così male. Ma come? Pungendo. O smettendo di pensarci, al miele. 
Sorride. O meglio, sghignazza lucido, per l'ultima volta.

Da quel giorno in poi le api dell'alveare soprannominarono il fuco, in segno di disprezzo, "Pacchio, re d'Italia".

martedì 27 maggio 2014

La sperimentazione animale spiegata agli animalisti


Ciao Merda! Sì, sto parlando a te, caro lettore del Decamerdon! Oggi si parla di Scienza, ovviamente spiegata ai decerebrati che parlano parlano, postano cagate su facebook, ineggiano a battaglie ma alla fine non sanno mai un cazzo!
In queste poche righe ti consentirò di capire non solo il mondo della scienza biomedica, ma anche un po' il senso della vita, evitandoti così la tremenda noia e frustrazione di arricchirti come persona andando incontro a quelle che vengono comunemente chiamate "esperienze" o "libri di filosofia".

E' meraviglioso vero? Cominciamo!
E cominciamo con una domanda:
Cosa fai nella tua vita?

Faccio finta di saperne a pacchi su tutto e 
trombo un casino, capra.


Il camionista? Il ragioniere? la casalinga? sei disoccupato? coltivi la droga? studi lettere in statale o economia alla Bocconi?
Visto lo stato della nostra amata patria in questo periodo, molti di voi avranno risposto sì ad una delle ultime 3 domande. Non importa, non siamo qui per giudicare o discutere dei mestieri. Sono abbastanza sicuro  che ognuno dei lettori di questo merdosissimo blog è bravo (diciamo ampiamente sopra la media mondiale) a fare UNA cosa. Guidare camion, ragionare, milfeggiare, giocare compulsivamente a giochi sul cellulare per ritardati, coltivare la droga o servire gelati. Rispettivamente. Su questo punto credo siamo tutti d’accordo.

D'accordo.


Negli ultimi tempi si sta dibattendo molto (eccetto che su questo blog d’avanguardia intellettuale in cui preferiamo parlar di figa e di droga) sulla questione della sperimentazione animale, per gli amici animalisti ribattezzata vivisezione. Bene, facciamo subito chiarezza, dall’alto delle mie colorate mutande, delle due lauree in robe che c’entrano con le cellule e del mio dottorato che sta procedendo tanto, tanto lontano da una qualsivoglia pizzeria degna di tale nome.


Verità calata dal cielo n°1:
La sperimentazione animale è obbligatoria.

Ebbene sì, giovane Skywalker! Affinché la tua fastidiosa prostatite passi, il medicinale che hai per le mani è dovuto passare attraverso i test in ben DUE modelli animali prima di venire testato sull’uomo. E con qualsiasi medicinale intendo qualsiasi medicinale, anche le pomate per il prurito intimo o l’anestesia che invochi in ginocchio quando vai dal dentista (detto anche lo Squaletto). Se non ti va bene puoi sempre provare a chiedere l’anestesia omeopatica o provare a curare le tue dermatiti con la noce di cocco, il Sime sarà entusiasta di esaudire le tue richieste visto il suo animo un po’ macellaio un po’ mostro di Milwaukee.


Verità calata dal cielo n°2:
La vivisezione è vietata ovunque. La sperimentazione animale no.

Sono due cose diverse, un po’ come paragonare un infarto durante una scopata con la sorella figa di Megan Fox ad un gran premio di formula uno. Il primo è un modo veloce e dignitoso per andarsene, il secondo è quanto di più disumano e non compassionevole esista per lasciare questo mondo. I modelli animali utilizzati negli esperimenti (topi, ratti, pesciolini, vermi e moscerini, nel 99% dei casi) vengono allevati in ambienti da hotel a 5 stelle provvisti di esemplari femminili piuttosto disinibiti che i loro compagni di specie si sognano, nel loro habitat naturale (fogne perlopiù). I cani di green hill che tanto vi fanno tenerezza sono utilizzati molto poco spesso e sono buoni modelli per l’aterosclerosi o altre cazzate del genere, malattie del quali il vostro papi si ammalerà presto. I modelli animali posso essere utilizzati a scopi scientifici solo se sono in ambienti asettici, correttamente ventilati e con pochi esemplari per gabbia, insomma proprio l’opposto dei canili, delle fogne e del privè dell’Hollywood.


Domani mi sa che salta l'appuntamento con il commercialista.

Verità calata dal cielo n°3:
Egalitè, Fraternitè, Coerenza mi raccomando

Chi ha in un qualche modo firmato una qualche petizione contro la sperimentazione animale, dovrebbe adottare i seguenti comportamenti in nome della coerenza, la sacra virtù che ha permesso a gente come Yuri Chechi e Adolf Hitler di diventare quello che sono diventati. Vediamo in dettaglio:
-non utilizzare alcun farmaco
-consigliare a familiari/amici/gente di non assumere farmaci o perlomeno mostrare un po’ di stizza se sopravvivono alle loro malattie regalando loro i cofanetti natalizi di Gianluca Grignani e Ronda (ultimi lavori)
-consigliare a nemici/rompipalle di utilizzare farmaci per curarsi, in modo da farli sentire in colpa una volta guariti per tutti i teneri animali che hanno sulla coscienza
-non derattizzare la casa, mai (scarafaggi, zanzare e ragni compresi). non vorrete mica dirmi che volete salvare solo i cagnolini e i topolini perchè sono CARINI? Anche Maria de Filippi era carina, da piccola.
-avercela a morte con i pescatori che usano le esche vive
-ovviamente: essere vegetariani

Ciao sono Edoardo e ti garantisco che i polli hanno occhi poco luccicosi,
 quindi si possono mangiare.


Verità calata dal cielo n°4:
Chiunque dica che esistono metodi equivalenti (colture cellulari, modelli bioinfortmatici) che possono sostituire gli animali o non è uno scienziato o è strafatto di mescalina.

Non ci sono altre risposte. Qui non mi dilungo.


Mi hanno chiesto di cominciare un trial clinico di fase 1
su questa nuova molecola anti herpes genitale senza usare animali.
 Facciamo sesso e poi ingoia questo, gentilmente.


Se soddisfi tutti i requisiti sopracitati, ti stimo e sei a ragione un paladino dei diritti degli animali. Stima sincera e onesta, bravo. Avanti tutta, si protesta. Se hai violato anche solo una delle seguenti regole e sei contro la sperimentazione animale, brutte notizie caro/a mio: devi fare i conti con la tua coscienza e spero tu lo faccia meglio di come fa i conti Simona Ventura con il suo commercialista il giorno dopo la serata con Tyson.

Lo so già, molti di voi contesteranno il metodo: le 4 regole d’oro sulla sperimentazione animale sono sedicenti “calate dal cielo”. Perchè non sono sceso troppo nei particolari del perchè esistono?
Qui viene la parte di insegnamento vitale.
Vi ricordate quando avete scelto, dato che era una giornata di sole (una lunga serie di giornate di sole), di uscire a giocare al giuoco della morra con gli amici invece di studiare quelle lunghe e noiose lezioni sulla biologia alle medie? E vi ricordate quando avete deciso, finite le medie, di dedicarvi alla riparazione dei trattori? O ancora, rimembrate forse quando avete deciso di fare la scuola di fotografia perchè vi siete sempre sentiti un po’ artisti?
Bene, quel momento ha un po’ definito quella cosa di cui parlavamo all’inizio: quello in cui siete bravi. Io mi sentirei parecchio stupido a firmare una petizione che vieta l’uso di olio minerale per la lubrificazione dell’idraulica interna degli ammortizzatori di un trattore, perchè non so un cazzo, di trattori. E non mi metterei a discutere di fotografia e di filtri con la novella cartier-bresson del dams, perchè, stupidamente, ho studiato biologia. Bene, questo è il succo del discorso: io non parlo di cose che non conosco. Questa è la regola d’oro numero uno nella vita, chi la segue darà subito l’impressione di essere superfurbo.


Volete farvi un’opinione su Dio, sul colore giallo, sul limonare in pubblico, sul mangiare solo legumi e piccoli volatili? Liberissimi, sono le cose che ci rendono unici, riflettono il nostro modo di filtrare il mondo che ci circonda e restituiscono più o meno fedelmente l’immagine di noi stessi. Se però vogliamo farci un’opinione su qualcosa che è scientifico, oggettivo, reale come lo può essere l’idraulica degli ammortizzatori, il metodo di stiratura delle camice o la biologia molecolare, beh ragazzi, bisogna rimboccarsi le maniche e studiare, fare pratica, e perderci tempo ed energie. Costa fatica. Se non siete disposti a farla, meglio continuare a leggere il Decamerdon.


L'Invidioso