Certe persone sono come i licis. Fuori duri, spinosi ed apparentemente poco appetibili. Ma basta passa rompere il loro fragile guscio che subito se ne scopre una parte interiore ricca e dolce, ma a volte anche viscida.
La provincia, di per sé, si sa, spesso non riserva grandi
soddisfazioni. Soprattutto per chi ci vive. Cioè pensateci…fa schifo la
provincia di Milano, figuratevi di Piacenza. Chi viene da fuori ovviamente non
ci pensa. I classici tormentoni sono “Ma c’è Grazzano Visconti, è un paese
medievale bellissssimo!”, oppure “C’è la Val Trebbia, Hemingway diceva che è la
più bella del mondo”. Per carità,
certe volte simili esternazioni mi rendono felice, quasi orgoglioso. Mi fanno
capire che non è proprio tutta merda. Altre però, mi fanno scappare un finto sorriso
di facciata, per soffocare un roboante “ma vaffanculo “che mi viene da dentro.
Io ci sono nato qui, è tutta la bellezza di questi posti ha finito con il
diventare normalità, scontata e noiosa normalità…che poi dico io, parlassimo
della valle del Mississipi, o di Albarracin…la val Trebbia e Grazzano Visconti,
Cristo…
Poi te ne vai, ovvio. Per questo te ne vai.
Perché non ti passa più. La realtà in cui vivi ti toglie l’aria. Poi però certe
volte, certi giorni, pensi un po’ a quel posto dove sei praticamente nato. Un
cazzo di buco, certo, quello è e quello rimane. Ma forse solo in superficie.
Anche un buco, in fondo, parafrasando quella santa donna di Cicciolina, può
essere a suo modo profondo. Penso a tutte quelle persone che ho inevitabilmente
incrociato in questo minuscolo ma profondo buco, faccio come dei viaggi
mentali, partendo da casa mia, lasciandomi trascinare da flussi di pensieri
randomici, manco fossi James Joyce…
Già solo pensando al cortile di casa mia, mi
viene in mente quel muratore, col cappello di paglia e dei lunghi capelli neri
al di sotto, canotta arancione sbiadita, classico jeans a pois di calcestruzzo
ed onnipresente sigaretta all’angolo della bocca, da vero boss. Da piccolo ci
giocavo a pallone assieme. Ma perché voleva lui, io non volevo mica. Io di lui
avevo una paura fottuta. E avevo ragione ad averla: mi ricordo di un giorno
(avrò avuto otto anni o giù di lì…) nel quale mi intimò di passargli il mio
Tango nuovo di pacca. Io ovviamente obbedii senza fiatare e lui ci tirò una
punterlata talmente potente che me lo bucò. Trattenni a stento il pianto, di
fronte al suo visibile imbarazzo. Forse, a memoria, il mio primo trauma
infantile.
In linea d’aria a meno di duecento metri da
casa mia, abita Orso, lui con sua madre. Ha avuto un’infanzia difficile, Orso:
sua madre lo ha tirato su come un soldato. Gli ordinava persino quando andare a
pisciare, e se non ubbidiva gli strillava in faccia e lo pigliava a schiaffi.
Il padre gli è morto quand’era piccolo, non ricordo di cosa. Penso di una
malattia cronica grave. Avevo un bel rapporto con lui: da bambini giocavamo al
Super Nintendo assieme, e anche alle superiori, di ritorno da scuola, facevamo
un pezzo di strada assieme. Spesso mi fermavo da lui qualche minuto, parlavamo
di cazzate, ma si passava il tempo. Poi un giorno abbiamo avuto una litigata
furiosa, ha detto che per lui eravamo tutti “amici di comodo”. Da allora se ci
salutiamo quelle poche volte che ci incrociamo è già tanto.
Lì alla fermata del bus c’era il bar di IlMichele.
Il suo marchio di fabbrica era il saluto: “Sciao belo!”. Ho passato lì
innumerevoli pomeriggi a giocare ai videogiochi (“mi cambi tremila lire e me le
segni?”). Aveva una faccia da buono, IlMichele, mi ricordava uno dei personaggi
di Indovina Chi, quello pelato con i capelli grigi ai lati. Non mi ricordo
quando ha chiuso, saranno quindici anni ormai. Girava voce che avesse una
collezione di filmati pedopornografici in tavernetta e che sia andato nei
casini per questa storia.
Andando più in là c’è il parco giochi. Lì
andavo e mi prendevo costanti sfottò dai bambini più grandi. L’episodio che più
ho a cuore però è una serata passata a parlare da solo con uno dei miei
migliori amici di allora, tale Pelo: eravamo entrambi due ragazzetti vivaci e
un po’ sfigati, entrambi tifosi sfegatati del Milan,e questo ai tempi era già
più che sufficiente per andare d’amore e d’accordo . Mi ricordo che gli piaceva
un sacco quando gli parlavo in inglese e quando gli cantavo una canzone dei
Rhapsody, di cui in questo momento non ricordo il titolo. E’ andato nei casini
quando si è scoperto che inculava agli altri i soldi del fantacalcio per
pagarsi il fumo. E’ stato quindi isolato dal gruppo e tutto quello che ho
saputo dopo di lui è che ha fatto dentro e fuori dal SerT per un bel pezzo.
Roba pesante. Pare che suo padre abbia dovuto vendere la sua attività per
pagargli la disintossicazione.
In fondo alla stessa via vive Andy la Mala
Pierna, altro amico di infanzia e compagno delle elementari. Faceva il power
ranger verde (o bianco, che dir si voglia). Sta con tale Claire da anni, credo
siano ancora assieme. Una brava persona. Famiglia ricca. Ha fatto l’università
per un po’, poi ha piantato lì. Diceva che studiare non faceva per lui. Una
volta mentre giocavamo a casa sua ho chiuso le dita di suo fratello piccolo
nella portiera della macchina. Ma forte. Non so come ho fatto a non
staccargliele.
Attraversiamo la strada. C’è il bar. Il bar
del Destro. C’è stato un periodo in cui giravamo io, il Destro e un altro
ragazzo, il Morto. Eravamo inseparabili. Giocavamo a pallacanestro assieme,
quasi tutti i giorni. Venivano da me perché in cortile avevo il canestro più
basso e si poteva schiacciare ed appendersi. Facevamo le serie NBA con le
figurine dei giocatori di basket americani, e siccome tutti e tre avevamo
comunque dei cortili con dei canestri, facevamo le serie fino a gara 7, in casa
e fuori. Ci credevamo da dio. Ora il Destro c’ha il bar, e il Morto ha preso
una laurea in Università super figa ed è chissà dove. Questo è uno intelligente
e di buona famiglia (e non sempre le cose vanno di pari passo). Però guarda
caso pure lui è scappato.
Nella piazza dove abitava il Destro ci
giocavamo a nascondino. Lì vivevano anche il Red e la Ciliegia, gli ultimi
amici che ho perso, ma che ho conservato fino ai tempi dell’università. Il Red
è sempre stato un sciallone, ora cura le piante, per dire. Ogni tanto ci sentiamo
ancora. La Ciliegia ed io passavamo le notti a girare con la sua macchina: io,
lui, il sopracitato Red ed un altro tipo di un paese vicino, il Maestro, che si
scoprirà poi gran pippatore. Consideravo la Ciliegia uno dei miei amici più
cari, l’ultimo dei Mohicani, lo zoccolo duro. Ogni volta che tornavo a casa lo
chiamavo sempre. Passando davanti a casa sua in macchina mi giravo per vedere
se la sua di macchina era parcheggiata lì fuori: se c’era sapevo che era in
casa e che lo potevo chiamare per uscire. Poi una volta mi ha dato una buca
clamorosa, senza neanche avvertirmi, in occasione di una ricorrenza per me
molto importante: da allora ho tagliato i contatti. Ma quando passo davanti a
casa sua giro ancora la testa per vedere se c’è la sua macchina, anche se sono
anni che non lo chiamo più. E’ un riflesso condizionato che da allora sto
provando a levarmi. Fino ad ora non ci sono riuscito.
Più in là ce la strada che porta fuori dal
paese. Ci vado spesso ancora adesso, quando esco a correre. Lì, su quella
strada, c’è il cimitero dove sono sepolti i miei nonni, Carmine e Concetta,
unici due nomi non di fantasia di questo scritto. Forse le uniche due persone
con cui vorrei ancora avere davvero un rapporto tra tutte quelle che stanno
ancora in quel paese, ed ironicamente, le uniche con cui non potrei mai nemmeno
volendo.
Ce ne sono tanti altri di personaggi come
quelli di questa storietta, racchiusi in questo paesello della meravigliosa
provincia di Piacenza, classico posto dove “non succede mai un cazzo”, come ce
ne sono milioni in tutta Italia, posti dove o scappi o ti droghi. Ma è comunque
gente, ognuno con il suo vissuto, le sue cazzate di gioventù, i suoi segreti,
paure, speranze…storie. Certo che avrei potuto soffermarmi un po’ di più su
questi personaggi a volte, cercare di capire di più di loro, del perché di
certe loro scelte od azioni…in fondo ho vissuto lì quasi vent’anni. A volte un
po’ ci penso, ma penso anche che in fondo ci avrei trovato ben poco di
interessante, un po’ come frugare nella spazzatura.
Altre volte però ci penso un po’ di più, e lo
rimpiango.
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PENOSO.