martedì 29 aprile 2014

LE METAMORFOSI di FRANZ KAFKA

“Il plagio non esiste. E se siete troppo stupidi per capirlo non meritate di esistere. Viva Luttazzi. Viva la Merda.”



Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Bimbatovich si trovò trasformato in una enorme blatta schifosa. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po' la sua testolina per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, uno semplice sacco del rudo nero sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante che ricordava ampiamente i suoi polpaccini da insetto che già prima della trasformazione amava sfoggiare sulle spiagge di tutto il mondo.

«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua cameretta, una normale mansarda resa abitabile anni addietro da quell’alcolizzato di suo padre, anche se un po' piccola e lurida, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Riusciva perfino ad intravedere la bandiera croata appesa all’armadio. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di droghe svolto da un pacco (Bimbatovich faceva uso quotidiano di droghe), stava appesa un'illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornaletto porno, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signorina con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l'intero avambraccio. Era Bunny Roberts.
Gregor girò gli occhi verso la finestra, e al vedere il brutto tempo - si udivano le gocce di pioggia piacentina battere sulle lamiere delle baracche circostanti- si sentì invadere dalla malinconia. «E se cercassi di dimenticare queste stravaganze facendo un altro sonnellino?» pensò Bimbatovich, ma non potè mandare ad effetto il suo proposito: era abituato a dormire sul fianco destro. Una vecchia abitudine per non rischiare di morire soffocato dal vomito di un’eventuale overdose, ma nello stato attuale gli era impossibile assumere tale posizione. Per quanta forza mettesse nel girarsi sul fianco, ogni volta ripiombava indietro supino. Tentò almeno cento volte, chiudendo gli occhi per non vedere quelle gambette disgustose divincolantisi, e a un certo punto smise perché un dolore leggero, sordo, mai provato prima cominciò a pungergli il fianco.

«Porco Dio,» pensò, «che mestiere faticoso ho scelto! Dover prendere droghe tutti i santi giorni... Ho molte più preoccupazioni che se lavorassi in proprio a casa, e per di più ho da sobbarcarmi a questa tortura dei bad trip, all'affanno delle coincidenze per lo spaccio, a pasti irregolari e cattivi, a contatti umani sempre diversi, mai stabili, mai cordiali. All'inferno tutto quanto!» Sentì un lieve pizzicorino sul ventre flaccido; lentamente, appoggiandosi sul dorso, si spinse più in su verso il capezzale, per poter sollevare meglio la testa, e scoprì il punto dove prudeva: era coperto di tanti puntolini rossi, di cui non riusciva a capire la natura; probabilmente iniezioni da siringa. Con una delle gambe provò a toccarlo, ma la ritirò subito, perché brividi di freddo lo percorsero tutto.

Si lasciò ricadere supino. «Queste levatacce abbrutiscono» pensò. «Un uomo ha da poter dormire quanto cazzo gli pare. Dire che certi drogati fanno una vita da favorite dell'harem! Guarda il Pacchio! Quante volte, la mattina, rientrando alla locanda per copiare le commissioni raccolte, lo trovo che sta ancora facendo colazione al Carillon. Mi comportassi io così col mio spaccino! Sarei sbattuto fuori all'istante. E chissà, potrebbe anche essere la miglior soluzione. Non mi facessi scrupolo per quei mentecatti dei miei genitori, già da un pezzo mi sarei licenziato, sarei andato dal principale e gli avrei detto chiaro e tondo l'animo mio, roba da farlo cascar giù dallo scrittoio! Il mio principale! Curioso il suo cognome, Simeonovich, non viene da queste parti. Curioso poi quel modo di starsene seduto lassù e di parlare col dipendente dall'alto in basso, da buon terrone; bisogna sempre andargli vicinissimo e scandir bene le parole, senno non capisce. Be', non è ancora persa ogni speranza; una volta che abbia messo insieme abbastanza soldi da pagare il debito dei miei genitori contratto con quella banda di equadoregni, mi ci vorranno altri cinque o sei anni, non aspetto neanche un giorno e do il gran taglio. Adesso però bisogna che mi alzi: alle cinque devo vedere Mario Spallazzi.»

E volse gli occhi alla sveglia di DragonBall che ticchettava sul cassettone, eredità della nonna Sinti defunta. «Santo cielo!» pensò. Erano le sei e mezzo: le sfere del drago continuavano a girare tranquille, erano anzi già oltre, si avvicinavano ai tre quarti. Che la suoneria non avesse funzionato? Dal letto vedeva l'indice di Goku ancora fermo sull'ora giusta, le quattro: aveva suonato, non c'era dubbio. E come mai, con quel trillo così potente da far tremare i mobili, lui aveva continuato pacificamente a dormire come una lontra? Via, pacificamente proprio no; ma forse proprio per questo più profondamente. Che fare, ora? Il prossimo treno partiva alle sette: per arrivare a prenderlo avrebbe dovuto correre alla bruttodio, e il campionario di droghe era ancora da riavvolgere, e lui stesso non si sentiva troppo fresco e in gamba. Del resto, fosse anche riuscito a prenderlo, i fulmini del principale non glieli cavava più nessuno, perché al treno delle cinque era andato ad aspettarlo il fattorino della ditta, lo Spallazzi; e sicuramente già da un pezzo aveva ormai riferito che lui era mancato alla partenza. Era una creatura del principale, un essere invertebrato, ottuso. Darsi malato? Sarebbe stato un ripiego sgradevole e sospetto: durante cinque anni d'impiego Gregor Bimbatovich non si era mai ammalato una volta. Mai aveva saltato un giorno di lavoro, seppur spesso non venisse pagato con regolarità. Certamente sarebbe venuto il principale a casa, insieme al medico della mutua Beltranòv, avrebbe deplorato coi genitori la svogliatezza del figlio e, tagliando corto ad ogni giustificazione, avrebbe sottoposto il caso al dottore, quell’essere inferiore per il quale non esisteva che gente perfettamente sana ma senza voglia di lavorare. E si poteva poi dire che in questo caso avesse tutti i torti? In realtà Gregor, a parte una sonnolenza veramente fuori luogo dopo tanto dormire, si sentiva benissimo, aveva anzi un appetito particolarmente gagliardo. Già pregustava gli stuzzichini della Mina, che con tanto amore probabilmente in quel momento stava già preparando nel sottoscala del Bar Cheope.

Mentre in gran fretta volgeva tra sè questi pensieri, senza sapersi decidere ad uscire dalie coltri, sentì bussare lievemente alla porta dietro il letto. «Gregor,» chiamò una voce - quella di sua madre -, «manca un quarto alle sette, non dovevi andare a lavorare?» Dolcissima voce! All'udire la propria in risposta, Gregor inorridì: era indubbiamente la sua voce di prima, ma vi si mescolava, come salendo dai precordi, un irreprimibile pigolio lamentoso; talché solo al primo momento le parole uscivano chiare, ma poi, nella risonanza, suonavano distorte, in modo da dare a chi ascoltava l'impressione di non aver udito bene. Troppo fresco era il ricordo di quel che era accaduto al suo amico di sangue Baldihn. Una rara malattia l’estate precedente gli aveva precluso la capacità di parlare propriamente. Solo un suono che pareva quello di un’anatra morente fuoriusciva dalla sua bocca. Gregor ne era rimasto impressionato e da allora, non faceva altro che pensare alla infelice fine del suo amico. In quel momento alla madre Gregor avrebbe voluto rispondere esaurientemente e spiegare ogni cosa, ma, viste le circostanze, si limitò a dire: «Sì sì, grazie mamma, vattene un po’ affanculo ok? mi alzo un po’ quando mi pare! Sono grande ormai!» Evidentemente la porta di legno non permise che di là ci si accorgesse della voce mutata, poiché la mamma non insistè oltre e si allontanò. Ma il breve dialogo aveva richiamato l'attenzione degli altri familiari sul fatto che Gregor, contro ogni previsione, era ancora in casa; e già ad una delle porte laterali bussava il padre, piano, ma a pugno chiuso. «Gregor, Gregor, porco Dio!!» chiamò, «che succede? Mannaggia alla Madonna!» E dopo un breve intervallo levò di nuovo, più profondo, il richiamo ammonitore: «Gregor! Dio Merda!Gregor!!!» Intanto all'uscio dirimpetto si udiva la sommessa implorazione della sorella: «Gregor! Non stai bene? C’hai venti euro da prestarmi?» «Ecco, adesso mi avete proprio rotto le palle,» rispose lui in tutte e due le direzioni, e si sforzò di togliere alla voce ogni inflessione strana pronunziando molto chiaramente le singole parole e intercalandole con lunghe pause. Il padre infatti se ne tornò alla sua colazione, ma la sorella sussurrò: «Apri, Gregor, te ne scongiuro. Ho bisogno di quei venti euro! Apri dai!» Ma Gregor si guardò bene dall'aprire, anzi lodò in cuor suo l'abitudine presa abitando nei peggiori periferie del pianeta di chiudere sempre, anche a casa, tutte le porte a chiave e con una sedia fissata alla maniglia.
Per prima cosa voleva alzarsi tranquillo e indisturbato, vestirsi e soprattutto far colazione, e solo dopo pensare al resto: giacché, se ne rendeva ben conto, standosene a letto ad almanaccare a destra e a manca non avrebbe mai risolto nulla di sensato. Si ricordava che già parecchie volte, a letto, gli era avvenuto di sentire qualche dolorino o avere qualche perdita fecale, provocate probabilmente da una posizione sbagliata, ed aspettava ansioso di veder dileguarsi una ad una quelle chimere. Che poi il cambiamento di voce non fosse altro che il prodromo di un potente raffreddore, malattia tipica della sua professione di pusher, gli pareva indiscutibile.

Non ebbe alcuna difficoltà a rimuovere il sacco del rudo usato da coperta: gli bastò gonfiarsi un poco, ed essa cadde a terra da sè. Ma lì cominciavano i guai, segnatamente a causa dell'inusitata larghezza del suo corpo. Per alzarsi, avrebbe dovuto far forza sulle braccia e sulle mani, mentre non possedeva più che quella fila di gambette, annaspanti senza tregua nei modi più svariati ed incontrollabili. Se cercava di piegarne una, era proprio quella la prima ad irrigidirsi, e quando finalmente riusciva a farle compiere il movimento voluto, tutte le altre si dimenavano come scatenate, in un'agitazione intensissima e dolorosa. «Ma cosa cazzo ho pigliato ieri sera, che mi ha ridotto in questo stato?» riflettè Gregor. Il cellulare squillò.



Continua…

4 commenti:

  1. Non e' tanto il padre che gentilmente bestemmia, e' il "continua" che mi fa paura...

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  2. Ma Baldihn non era diventato così a causa degli scherzoni dei suoi "amici" di infanzia? (fisciagone e cervometrone tra gli altri)

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PENOSO.