“Il plagio non
esiste. E se siete troppo stupidi per capirlo non meritate di esistere. Viva
Luttazzi. Viva la Merda.”
Un mattino, al
risveglio da sogni inquieti, Gregor Bimbatovich si trovò trasformato in una
enorme blatta schifosa. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza,
bastava che alzasse un po' la sua testolina per vedersi il ventre convesso,
bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, uno semplice
sacco del rudo nero sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena.
Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma
di una sottigliezza desolante che ricordava ampiamente i suoi polpaccini da
insetto che già prima della trasformazione amava sfoggiare sulle spiagge di
tutto il mondo.
«Che cosa mi è
capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua cameretta, una normale mansarda
resa abitabile anni addietro da quell’alcolizzato di suo padre, anche se un po'
piccola e lurida, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Riusciva
perfino ad intravedere la bandiera croata appesa all’armadio. Sopra al tavolo,
sul quale era sparpagliato un campionario di droghe svolto da un pacco
(Bimbatovich faceva uso quotidiano di droghe), stava appesa un'illustrazione
che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornaletto porno, montandola
poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signorina con un cappello
e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un
grosso manicotto, nascondendovi dentro l'intero avambraccio. Era Bunny Roberts.
Gregor girò gli
occhi verso la finestra, e al vedere il brutto tempo - si udivano le gocce di
pioggia piacentina battere sulle lamiere delle baracche circostanti- si sentì
invadere dalla malinconia. «E se cercassi di dimenticare queste stravaganze
facendo un altro sonnellino?» pensò Bimbatovich, ma non potè mandare ad effetto
il suo proposito: era abituato a dormire sul fianco destro. Una vecchia
abitudine per non rischiare di morire soffocato dal vomito di un’eventuale
overdose, ma nello stato attuale gli era impossibile assumere tale posizione.
Per quanta forza mettesse nel girarsi sul fianco, ogni volta ripiombava
indietro supino. Tentò almeno cento volte, chiudendo gli occhi per non vedere
quelle gambette disgustose divincolantisi, e a un certo punto smise perché un
dolore leggero, sordo, mai provato prima cominciò a pungergli il fianco.
«Porco Dio,» pensò,
«che mestiere faticoso ho scelto! Dover prendere droghe tutti i santi giorni...
Ho molte più preoccupazioni che se lavorassi in proprio a casa, e per di più ho
da sobbarcarmi a questa tortura dei bad trip, all'affanno delle coincidenze per
lo spaccio, a pasti irregolari e cattivi, a contatti umani sempre diversi, mai
stabili, mai cordiali. All'inferno tutto quanto!» Sentì un lieve pizzicorino
sul ventre flaccido; lentamente, appoggiandosi sul dorso, si spinse più in su
verso il capezzale, per poter sollevare meglio la testa, e scoprì il punto dove
prudeva: era coperto di tanti puntolini rossi, di cui non riusciva a capire la
natura; probabilmente iniezioni da siringa. Con una delle gambe provò a
toccarlo, ma la ritirò subito, perché brividi di freddo lo percorsero tutto.
Si lasciò ricadere
supino. «Queste levatacce abbrutiscono» pensò. «Un uomo ha da poter dormire
quanto cazzo gli pare. Dire che certi drogati fanno una vita da favorite
dell'harem! Guarda il Pacchio! Quante volte, la mattina, rientrando alla
locanda per copiare le commissioni raccolte, lo trovo che sta ancora facendo
colazione al Carillon. Mi comportassi io così col mio spaccino! Sarei sbattuto
fuori all'istante. E chissà, potrebbe anche essere la miglior soluzione. Non mi
facessi scrupolo per quei mentecatti dei miei genitori, già da un pezzo mi
sarei licenziato, sarei andato dal principale e gli avrei detto chiaro e tondo
l'animo mio, roba da farlo cascar giù dallo scrittoio! Il mio principale! Curioso
il suo cognome, Simeonovich, non viene da queste parti. Curioso poi quel modo
di starsene seduto lassù e di parlare col dipendente dall'alto in basso, da
buon terrone; bisogna sempre andargli vicinissimo e scandir bene le parole,
senno non capisce. Be', non è ancora persa ogni speranza; una volta che abbia
messo insieme abbastanza soldi da pagare il debito dei miei genitori contratto
con quella banda di equadoregni, mi ci vorranno altri cinque o sei anni, non
aspetto neanche un giorno e do il gran taglio. Adesso però bisogna che mi alzi:
alle cinque devo vedere Mario Spallazzi.»
E volse gli occhi
alla sveglia di DragonBall che ticchettava sul cassettone, eredità della nonna Sinti
defunta. «Santo cielo!» pensò. Erano le sei e mezzo: le sfere del drago
continuavano a girare tranquille, erano anzi già oltre, si avvicinavano ai tre
quarti. Che la suoneria non avesse funzionato? Dal letto vedeva l'indice di
Goku ancora fermo sull'ora giusta, le quattro: aveva suonato, non c'era dubbio.
E come mai, con quel trillo così potente da far tremare i mobili, lui aveva
continuato pacificamente a dormire come una lontra? Via, pacificamente proprio
no; ma forse proprio per questo più profondamente. Che fare, ora? Il prossimo
treno partiva alle sette: per arrivare a prenderlo avrebbe dovuto correre alla
bruttodio, e il campionario di droghe era ancora da riavvolgere, e lui stesso
non si sentiva troppo fresco e in gamba. Del resto, fosse anche riuscito a
prenderlo, i fulmini del principale non glieli cavava più nessuno, perché al
treno delle cinque era andato ad aspettarlo il fattorino della ditta, lo
Spallazzi; e sicuramente già da un pezzo aveva ormai riferito che lui era
mancato alla partenza. Era una creatura del principale, un essere invertebrato,
ottuso. Darsi malato? Sarebbe stato un ripiego sgradevole e sospetto: durante
cinque anni d'impiego Gregor Bimbatovich non si era mai ammalato una volta. Mai
aveva saltato un giorno di lavoro, seppur spesso non venisse pagato con
regolarità. Certamente sarebbe venuto il principale a casa, insieme al medico
della mutua Beltranòv, avrebbe deplorato coi genitori la svogliatezza del
figlio e, tagliando corto ad ogni giustificazione, avrebbe sottoposto il caso
al dottore, quell’essere inferiore per il quale non esisteva che gente
perfettamente sana ma senza voglia di lavorare. E si poteva poi dire che in
questo caso avesse tutti i torti? In realtà Gregor, a parte una sonnolenza
veramente fuori luogo dopo tanto dormire, si sentiva benissimo, aveva anzi un
appetito particolarmente gagliardo. Già pregustava gli stuzzichini della Mina,
che con tanto amore probabilmente in quel momento stava già preparando nel sottoscala
del Bar Cheope.
Mentre in gran
fretta volgeva tra sè questi pensieri, senza sapersi decidere ad uscire dalie
coltri, sentì bussare lievemente alla porta dietro il letto. «Gregor,» chiamò
una voce - quella di sua madre -, «manca un quarto alle sette, non dovevi andare
a lavorare?» Dolcissima voce! All'udire la propria in risposta, Gregor
inorridì: era indubbiamente la sua voce di prima, ma vi si mescolava, come
salendo dai precordi, un irreprimibile pigolio lamentoso; talché solo al primo
momento le parole uscivano chiare, ma poi, nella risonanza, suonavano distorte,
in modo da dare a chi ascoltava l'impressione di non aver udito bene. Troppo
fresco era il ricordo di quel che era accaduto al suo amico di sangue Baldihn.
Una rara malattia l’estate precedente gli aveva precluso la capacità di parlare
propriamente. Solo un suono che pareva quello di un’anatra morente fuoriusciva
dalla sua bocca. Gregor ne era rimasto impressionato e da allora, non faceva
altro che pensare alla infelice fine del suo amico. In quel momento alla madre Gregor
avrebbe voluto rispondere esaurientemente e spiegare ogni cosa, ma, viste le
circostanze, si limitò a dire: «Sì sì, grazie mamma, vattene un po’ affanculo
ok? mi alzo un po’ quando mi pare! Sono grande ormai!» Evidentemente la porta
di legno non permise che di là ci si accorgesse della voce mutata, poiché la
mamma non insistè oltre e si allontanò. Ma il breve dialogo aveva richiamato
l'attenzione degli altri familiari sul fatto che Gregor, contro ogni
previsione, era ancora in casa; e già ad una delle porte laterali bussava il
padre, piano, ma a pugno chiuso. «Gregor, Gregor, porco Dio!!» chiamò, «che
succede? Mannaggia alla Madonna!» E dopo un breve intervallo levò di nuovo, più
profondo, il richiamo ammonitore: «Gregor! Dio Merda!Gregor!!!» Intanto
all'uscio dirimpetto si udiva la sommessa implorazione della sorella: «Gregor!
Non stai bene? C’hai venti euro da prestarmi?» «Ecco, adesso mi avete proprio
rotto le palle,» rispose lui in tutte e due le direzioni, e si sforzò di
togliere alla voce ogni inflessione strana pronunziando molto chiaramente le
singole parole e intercalandole con lunghe pause. Il padre infatti se ne tornò
alla sua colazione, ma la sorella sussurrò: «Apri, Gregor, te ne scongiuro. Ho
bisogno di quei venti euro! Apri dai!» Ma Gregor si guardò bene dall'aprire,
anzi lodò in cuor suo l'abitudine presa abitando nei peggiori periferie del
pianeta di chiudere sempre, anche a casa, tutte le porte a chiave e con una
sedia fissata alla maniglia.
Per prima cosa voleva
alzarsi tranquillo e indisturbato, vestirsi e soprattutto far colazione, e solo
dopo pensare al resto: giacché, se ne rendeva ben conto, standosene a letto ad
almanaccare a destra e a manca non avrebbe mai risolto nulla di sensato. Si
ricordava che già parecchie volte, a letto, gli era avvenuto di sentire qualche
dolorino o avere qualche perdita fecale, provocate probabilmente da una
posizione sbagliata, ed aspettava ansioso di veder dileguarsi una ad una quelle
chimere. Che poi il cambiamento di voce non fosse altro che il prodromo di un
potente raffreddore, malattia tipica della sua professione di pusher, gli pareva
indiscutibile.
Non ebbe alcuna
difficoltà a rimuovere il sacco del rudo usato da coperta: gli bastò gonfiarsi
un poco, ed essa cadde a terra da sè. Ma lì cominciavano i guai, segnatamente a
causa dell'inusitata larghezza del suo corpo. Per alzarsi, avrebbe dovuto far
forza sulle braccia e sulle mani, mentre non possedeva più che quella fila di
gambette, annaspanti senza tregua nei modi più svariati ed incontrollabili. Se
cercava di piegarne una, era proprio quella la prima ad irrigidirsi, e quando
finalmente riusciva a farle compiere il movimento voluto, tutte le altre si
dimenavano come scatenate, in un'agitazione intensissima e dolorosa. «Ma cosa
cazzo ho pigliato ieri sera, che mi ha ridotto in questo stato?» riflettè
Gregor. Il cellulare squillò.
Continua…
Non e' tanto il padre che gentilmente bestemmia, e' il "continua" che mi fa paura...
RispondiEliminaMa Baldihn non era diventato così a causa degli scherzoni dei suoi "amici" di infanzia? (fisciagone e cervometrone tra gli altri)
RispondiEliminaCompromesso per sempre... maledetti
Eliminavogliamo il bis!!!
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