Fu li che la conobbi. La fermata dell'autobus di tobruk quella mattina aveva un aspetto diverso dal solito. La pioggia caduta copiosa in nottata si era ridotta ad una miriade di gocce che accarezzavano, con infestante gentilezza, le foglie del prunus sovrastante la pensilina. Lei era lì seduta sul marciapiede a gambe incrociate, con l'aria di che è scappata da un luogo inospitale.
Avevo la sensazione di averla già vista, probabilmente a scuola, al di là del cavalcavia autostradale, quando ancora i Grifon d'oro non avevano innescato la guerra civile che ora ci costringe ad una vita di tremenda obnubilazione ed inefficienza, intrappolati a Borgo trebbia. La prima impressione che ne ebbi era che lei non potesse essere una di loro; la sua anima da Corvo nero traspariva nel modo volgare di fumare la sigaretta ed esplose prepotentemente assieme al giadone che le sue rosse labbra spedirono all'indirizzo del lunotto posteriore, nel mentre la macchina filava spedita verso l'abitazione della Nobildonna di Fiorenzuola.
Sul momento non le badai più di tanto, quella mattina dovevo pensare io a tutti gli altri Serpe verde della comunità del Borgo ed ero di fretta. Le consuete bisbocce della sera precedente avevano prodotto quei soliti venti – venticinque minuti di incertezza a riguardo dell'utilizzo della rivoltella per farla finita ed ero perciò in ritardo.
La Nobildonna non se la passava poi così male, faceva parte della storica casata Grifone degli Schippisi-Fontana ed allo scoppiare dell'ennesima guerra, stanca e demotivata, decise di voltare gabbana e di sovvenzionare segretamente la resistenza dei Serpe verde, creandosi la migliore delle coperture: far finta di dar fuori di matto. Ogni giorno,travestita da vecchia megera, si presentava davanti al Sigma di Fiorenzuola salvo poi ritirarsi ogni notte nella sua tenuta, giusto alle spalle della sala da ballo per omosessuali, bisex e trangender, Chikos. Che dire, a quel tempo la Nobildonna alimentava la nostra disperata necessità di autodistruzione, mettendoci a disposizione ogni genere di sostanza atta all’alterazione della coscienza, dagli alcolici alle droghe sintetiche, passando per gli oppiacei. Tutto questo senza chiedere in cambio una cosa che fosse una, men che meno del denaro, o come piaceva dire lei “dei söd”. Ogni volta, prima di andare a perdere cervello e dignità, bestemmiando ed urlando frasi sconnesse in idioma locale, ci raccomandava di rimanere ben concentrati lungo la strada dello sballo, tenendosi alla larga dai pulotti Grifon d’oro ed anche e soprattutto dai Corvo nero; questi ultimi, umanoidi di animo debole ed altamente corruttibile, vivevano nei bassifondi della "city" piacentina, sempre alla ricerca dell’edonismo più estremo; necessitavano di energie umane per stare al mondo e, non venendo minimamente tenuti in considerazione dalle ricche casate dei Grifoni, erano perennemente a caccia di giovani Serpi. Le loro modalità d’azione erano sempre le stesse: succhiare vita attraverso il contatto delle mani e della bocca con il membro del malcapitato.
Con il pensiero ancora bloccato alla fermata dell’autobus numero quattro (Ospedale – Ferrovia –Borgotrebbia) gustai un buon caffè offerto dalla vecchia, che sul finire mi scagliò addosso la tazzina dandomi del "putanon" ed intimandomi "vera cul negosi lè"; capii che stava già entrando in clima lavorativo e così, finendo di stipare l’autovettura con lacci emostatici, siringhe e biglietti della metro da un euro, affrettai la dipartita. Rientrando incrociai di nuovo quella dolce creatura dimenticata dal signore; il sole ora stava irradiando caldi raggi e la donzella cercava invano di coprirsi attraverso una corta giacchetta di jeans, che lasciava comunque scoperto il ventre color del latte. Mentre si adoperava alla ricerca di qualcosa a fianco ad un cumulo di letame alzò la testa lanciandomi un’occhiata di fuoco ed i nostri sguardi si incrociarono per una frazione di secondo, sufficiente per darmi conferma del colpo di fulmine intercorso qualche mezz’ora prima. Rimasi scosso. Dentro di me sapevo che non era cosa buona e giusta, che un contatto con questa persona era altamente pericoloso e che poteva portarmi ad una triste vita morente, nonchè ad una metamorfosi fagiolare. Ma nel fondo del mio cuore la decisione era già presa, volevo conoscere l’amore.
Non feci menzione con nessuno di quanto accaduto. Mi limitai a fare la solita colazione ricca di sproloqui e improperi con tutti gli altri poveri cristi; tavernello, fonzies scaduti e soldi rossi del monopoli mi convinsero che dovevo tornare da lei.
E questo feci. La caricai in macchina e da quel momento la mia vita cambiò, inondata dalla necessità della mia dolce metà di fare incetta delle mie energie. Piombai in un estremo vortice di voluttà, lasciando che lei succhiasse la mia anima attraverso la sua bocca carnosa e le sue piccole manine tozze. Cominciammo a frequentare la "city", a confonderci con i Grifon d’oro, in preda ad un febbrile delirio di onnipotenza dettato dall’abuso di tutto quel ben di dio che proveniva dalle dispense della Nobildonna, mentre le mie gambe si assottigliavano sempre più. Non ci volle molto tempo prima che la comunità del Borgo si accorgesse di tutto. Nessuno di loro vedeva di buon occhio la questione. Dall’arrivo del Corvo il quantitativo di speed disponibile era drasticamente calato, per non parlare di quella infamante accusa di aggiotaggio che mi perseguitava da quando dovetti rapire le tre scimmie che tenevamo in giardino (il Corvo si dissetava solo attraverso il loro seme).
Ero esiliato. Le gambe cominciarono a cedere e le braccia cominciarono a perdere il loro antico vigore. Le energie che potevo rendere disponibili al Corvo erano sempre meno e pian piano lei mi abbandonò inseguendo altri membri. La cercai per mare e per terra, disperatamente. Finalmente una sera decisi di raccogliere il mio coraggio a piene mani, mi travestii di tutto punto ed entrai in solitaria al Baciccia Caffè Letterario da dio. La coccarda, simbolo della casata Grifone dei Mezzadro-Fantigrosso, spillata sulla polo tommi hilfiger un poco slavacciata per fare finto fattone, mi aiutò a confondermi tra i raga per i primi cinquantadue secondi. Poi la vidi. Era lì che faceva l’oca, stropicciando i suoi teneri ed a lungo stuprati seni addosso a villosi petti Grifoni. Con le poche forze rimaste la presi in braccio; nonostante le mie gambe e braccia fossero ormai assimilabili a degli stecchetti da arrosticini riuscii a scagliarla nell'autovettura. Fuggimmo, anche se inseguiti da una pattuglia di finanzieri inviperiti a causa del presunto ratto di una Grifona per mano di una Serpe. Trovammo riparo nella chiesa sconsacrata del Borgo e consumai quella notte l’ultimo tormentato e totale atto sessuale della mia misera esistenza. Come ritorsione, mentre il mio amore aveva se stesso come unico argomento, la comunità andava in fiamme sotto i colpi di catapulta delle forze dell'ordine della "city".
L’illusione dell’amore mi aveva reso un fagiolo ed ora, salvato e medicato dalla Nobildonna, sopravvivo a malapena e la vecchia si prende cura di me come fossi un figlio all’interno del suo confortevolissimo carrello per la spesa, tante volte in precedenza utilizzato a sproposito. Zio porcone ho addirittura cinquecento lire a portata di naso. Volendo posso pure scassarmi un caffè. Forse.
Meglio fagiolo o bruciato vivo? Dura lotta. Per non saper nè leggere nè scrivere meglio fagiolo.
mi ricorda qualcuno.
RispondiEliminaG.G. Marquez
Io a fagiolo preferirei di gran lunga ciolli.
RispondiEliminaBimbo
Il Bimbo non lo leggerà mai tutto. Ha un deficit di attenzione mostruoso, si stanca a leggere l'etichetta dello shampoo.
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