giovedì 19 marzo 2026

Il sonno della ragione



Il freddo è di quelli che ti entra nelle vene, nelle ossa e non ti permette di pensare. Pensi a casa, a quanto sei distante. Fai stupidi calcoli sui kilometri. Distante da quel caldo rassicurante. E invece sei qui, a gelare, per volere di chissà chi. A combattere una guerra più mentale che fisica. Che poi, chi cazzo ti ci ha mandato a combattere questa merda?

Tutto il plotone è fuori dalla bettola. Dentro voci in una lingua straniera, incomprensibile, non nemica ma neppure amica. Tintinnii. 
Chissà perché siamo usciti. Nessuno se lo sa spiegare, ma è come se avessimo tutti avuto il medesimo presentimento. Pochi sguardi, ma chiari. Un cenno della testa. Fuori. Dobbiamo uscire. Qui c’è qualcosa che non va. Fuori. E ora?

-Ci serve una base,
esclama tra i denti il tenente Ripovìch
-o qui ci lasciamo le penne dal freddo.

Ha ragione, bisogna fare veloci. Il sesto senso che ci ha fatto uscire nel gelo della steppa ora ci fa intuire che dobbiamo trovare un posto chiuso, sicuro, riparato per la notte.
Iskandar, la cagionevole guida locale, trema. Sta perdendo i sensi.

-Conosco un posto, ci daranno una birra scaduta, del pane raffermo e una stufa, tanto basterà. Là la discrezione è garantita, almeno.
bisbiglia con convinzione il maggiore Tomas.

-So dove vuoi portarci, figlio di puttana. Dai nazisti non ci metto piede. Quelle aquile e quelle svastiche mi mettono i cazzo di brividi. Fottiti. Non è sicuro.
Risponde di veemenza il caporale Endryu.
Senza fare nemmeno una controproposta, quel coglione.
Siamo da capo. Il medico di brigata Met'yu e l’infermiere Marcovich intanto stanno cercando di tenere cosciente Iskandar, che sta sudando freddo e ha lo sguardo vuoto che punta a terra. Il viso illuminato grottescamente dalle luci provenienti dall’interno della locanda.

Passano 5, 10 minuti. Forse 15. In silenzio, solo il tintinnare di stetoscopi dei due medici che lavorano alacremente per capire se quell’inutile guida passerà la notte.
Timidamente, il soldato scelto Sullivanovich, incoraggiato dall’annuire non troppo convinto del soldato semplice Berovich, sollecitano il plotone indicando uno squallido catafalco illuminato poco in là.

-Forse là ci daranno un posto sicuro dove stare. La cameriera non sembra ostile.

-Non sembra ostile un cazzo. La quarta divisione è stata avvelenata proprio mentre chiedevano del rancio a pranzo solo due giorni fa. Hanno droghe e le usano nel cibo, sono un manipolo di rissosi. Comunisti. Feccia.

Il caporale Pavel ha le idee chiare, e le idee sono che lui non ci metterà piede lì.

Qualcuno cerca di accendere una Sobranie senza filtro, senza riuscirci. Troppo freddo anche per il calore di una paglia. Fiammiferi buttati. Ne servono 5 per capire che è una missione impossibile.

-Forse se andassimo fuori dalle mura, nella scuderia della cavalleria…
Fa eco il tenente Lorens, poco convinto.

-Fottiti. Solo cazzi là. Devo ammettere che la compagnia di una sudicia puttana afgana non mi darebbe affatto fastidio. Voglio vedere dei bei piedini, stasera.
Ribatte scontrosamente il Caporale Aleksyeii, senza lasciar finire la frase. Ha una strana luce negli occhi. Una luce che non promette nulla di buono per la derelitta che –forse- finirà tra le sue mani di lì a poco. Poverina, penso. Che mondo mi merda. Ne ha già uccise 4, da quando la campagna è iniziata.

-Forse…
Cade nel vuoto anche l’ennesimo tentativo.

Niente. Non c’è scampo. Siamo bloccati. Non ci sono posti sicuri. Nulla che vada bene. Siamo destinati alla perdizione. Da dentro la locanda gli sguardi verso il plotone, fuori al freddo che confabula, stanno diventando curiosi e pesanti. Troppo curiosi e troppo dannatamente pesanti. Voci in quella fottuta lingua incomprensibile filtrano dalla porta, agitandoci. Il sesto senso che sia la nostra ultima notte si insinua nelle viscere ogni minuto che passa, tremando. Dobbiamo trovare qualcosa. Non arrenderti. Pensa, pensa.

Altro silenzio. Interminabile.
Stallo. I cervelli paralizzati dal freddo, dalla paura.

-L’irlandese ha sempre degli intrugli che rimettono in vita i morti. Potremmo andare da lui, Iskandar ne gioverebbe. Sto iniziando a preoccuparmi, è bianco come la neve cazzo.
Dice convinto il soldato semplice Rikardovich. Troppo convinto. Con quel suo terribile accento della costa est della Cita che non fa che irritare tutto il plotone.
Nessuno si degna neanche di rispondergli. Sempre la solita idea del cazzo. Come se l’irlandese fosse la risposta giusta ad ogni fottuta domanda. Idiota. Chissà che cazzo ci trova in quel posto pieno di guardie e ladri, di umanità che giudica senza sapere di essere a sua volta giudicata con pena dai soldati.

Come ad interrompere l’imbarazzo, Iskandar ha la bella idea di svenire. Bella fottuta idea, genietto. Con le convulsioni. Bene. Top.
Siamo prede ora. Inermi.
E’ tutto finito. La notte è finita. Tutto perduto.

I medici si stanno accanendo su di lui, ma il plotone neanche li guarda, assorto com’è dai propri pensieri di morte, di nulla. Persi.

Iskandar sussulta, tutto sfuma. Beato lui.
Tutti aspettano che qualcuno salvi miracolosamente una situazione che, in fondo, non potrà mai essere salvata neanche dal padreterno. Poveri illusi che siamo. Basterebbe che qualcuno parlasse, trovasse la cosa giusta da fare, indipendentemente dalle gerarchie, dal protocollo. Qualcuno che dica la cosa giusta da fare. Qualcuno che prenda in mano la situazione del cazzo dove siamo fottutamente finiti. Qualcuno che si prenda questo fardello. Qualcuno, qualsiasi.

-Dai là figa, un ultimo robo, non fate le fighe. Torniamo dentro.
Supplica con convinzione scocciata il Capitano Jimmovskaya.

Bon dai, ultimo Braulio al Lux poi tutti a casa. Tanto valeva star dentro. Chissà perchè cazzo decidiamo sempre al freddo. Boh.
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1 commento:

  1. Pezzo scritto quando Davide del Lux pesava meno di 130 chili

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PENOSO.