Il freddo è di
quelli che ti entra nelle vene, nelle ossa e non ti permette di pensare. Pensi
a casa, a quanto sei distante. Fai stupidi calcoli sui kilometri. Distante da
quel caldo rassicurante. E invece sei qui, a gelare, per volere di chissà chi.
A combattere una guerra più mentale che fisica. Che poi, chi cazzo ti ci ha
mandato a combattere questa merda?
Tutto il plotone
è fuori dalla bettola. Dentro voci in una lingua straniera, incomprensibile, non
nemica ma neppure amica. Tintinnii.
Chissà perché siamo usciti. Nessuno se lo sa spiegare, ma è come se avessimo tutti avuto il medesimo presentimento. Pochi sguardi, ma chiari. Un cenno della testa. Fuori. Dobbiamo uscire. Qui c’è qualcosa che non va. Fuori. E ora?
Chissà perché siamo usciti. Nessuno se lo sa spiegare, ma è come se avessimo tutti avuto il medesimo presentimento. Pochi sguardi, ma chiari. Un cenno della testa. Fuori. Dobbiamo uscire. Qui c’è qualcosa che non va. Fuori. E ora?
-Ci serve una
base,
esclama tra i
denti il tenente Ripovìch
-o qui ci lasciamo
le penne dal freddo.
Ha ragione,
bisogna fare veloci. Il sesto senso che ci ha fatto uscire nel gelo della
steppa ora ci fa intuire che dobbiamo trovare un posto chiuso, sicuro, riparato
per la notte.
Iskandar, la cagionevole
guida locale, trema. Sta perdendo i sensi.
-Conosco un
posto, ci daranno una birra scaduta, del pane raffermo e una stufa, tanto
basterà. Là la discrezione è garantita, almeno.
bisbiglia con
convinzione il maggiore Tomas.
-So dove vuoi
portarci, figlio di puttana. Dai nazisti non ci metto piede. Quelle aquile e
quelle svastiche mi mettono i cazzo di brividi. Fottiti. Non è sicuro.
Risponde di
veemenza il caporale Endryu.
Senza fare nemmeno
una controproposta, quel coglione.
Siamo da capo. Il
medico di brigata Met'yu e l’infermiere Marcovich intanto stanno cercando di tenere
cosciente Iskandar, che sta sudando freddo e ha lo sguardo vuoto che punta a
terra. Il viso illuminato grottescamente dalle luci provenienti dall’interno
della locanda.
Passano 5, 10
minuti. Forse 15. In silenzio, solo il tintinnare di stetoscopi dei due medici
che lavorano alacremente per capire se quell’inutile guida passerà la notte.
Timidamente, il
soldato scelto Sullivanovich, incoraggiato dall’annuire non troppo convinto del
soldato semplice Berovich, sollecitano il plotone indicando uno squallido catafalco
illuminato poco in là.
-Forse là ci
daranno un posto sicuro dove stare. La cameriera non sembra ostile.
-Non sembra ostile
un cazzo. La quarta divisione è stata avvelenata proprio mentre chiedevano del
rancio a pranzo solo due giorni fa. Hanno droghe e le usano nel cibo, sono un manipolo di
rissosi. Comunisti. Feccia.
Il caporale Pavel ha
le idee chiare, e le idee sono che lui non ci metterà piede lì.
Qualcuno cerca di
accendere una Sobranie senza filtro, senza riuscirci. Troppo freddo anche per
il calore di una paglia. Fiammiferi buttati. Ne servono 5 per capire che è una
missione impossibile.
-Forse se
andassimo fuori dalle mura, nella scuderia della cavalleria…
Fa eco il tenente
Lorens, poco convinto.
-Fottiti. Solo
cazzi là. Devo ammettere che la compagnia di una sudicia puttana afgana non mi darebbe
affatto fastidio. Voglio vedere dei bei piedini, stasera.
Ribatte
scontrosamente il Caporale Aleksyeii, senza lasciar finire la frase. Ha una strana
luce negli occhi. Una luce che non promette nulla di buono per la derelitta che
–forse- finirà tra le sue mani di lì a poco. Poverina, penso. Che mondo mi
merda. Ne ha già uccise 4, da quando la campagna è iniziata.
-Forse…
Cade nel vuoto anche l’ennesimo
tentativo.
Niente. Non c’è scampo.
Siamo bloccati. Non ci sono posti sicuri. Nulla che vada bene. Siamo destinati
alla perdizione. Da dentro la locanda gli sguardi verso il plotone, fuori al
freddo che confabula, stanno diventando curiosi e pesanti. Troppo curiosi e
troppo dannatamente pesanti. Voci in quella fottuta lingua incomprensibile filtrano
dalla porta, agitandoci. Il sesto senso che sia la nostra ultima notte si
insinua nelle viscere ogni minuto che passa, tremando. Dobbiamo trovare
qualcosa. Non arrenderti. Pensa, pensa.
Altro silenzio.
Interminabile.
Stallo. I
cervelli paralizzati dal freddo, dalla paura.
-L’irlandese ha
sempre degli intrugli che rimettono in vita i morti. Potremmo andare da lui,
Iskandar ne gioverebbe. Sto iniziando a preoccuparmi, è bianco come la neve
cazzo.
Dice convinto il
soldato semplice Rikardovich. Troppo convinto. Con quel suo terribile accento della
costa est della Cita che non fa che irritare tutto il plotone.
Nessuno si degna
neanche di rispondergli. Sempre la solita idea del cazzo. Come se l’irlandese
fosse la risposta giusta ad ogni fottuta domanda. Idiota. Chissà che cazzo ci
trova in quel posto pieno di guardie e ladri, di umanità che giudica senza
sapere di essere a sua volta giudicata con pena dai soldati.
Come ad
interrompere l’imbarazzo, Iskandar ha la bella idea di svenire. Bella fottuta
idea, genietto. Con le convulsioni. Bene. Top.
Siamo prede ora. Inermi.
E’ tutto finito.
La notte è finita. Tutto perduto.
I medici si
stanno accanendo su di lui, ma il plotone neanche li guarda, assorto com’è dai
propri pensieri di morte, di nulla. Persi.
Iskandar
sussulta, tutto sfuma. Beato lui.
Tutti aspettano
che qualcuno salvi miracolosamente una situazione che, in fondo, non potrà mai
essere salvata neanche dal padreterno. Poveri illusi che siamo. Basterebbe che
qualcuno parlasse, trovasse la cosa giusta da fare, indipendentemente dalle
gerarchie, dal protocollo. Qualcuno che dica la cosa giusta da fare. Qualcuno
che prenda in mano la situazione del cazzo dove siamo fottutamente finiti.
Qualcuno che si prenda questo fardello. Qualcuno, qualsiasi.
-Dai là figa, un ultimo
robo, non fate le fighe. Torniamo dentro.
Supplica con
convinzione scocciata il Capitano Jimmovskaya.
Bon dai, ultimo Braulio
al Lux poi tutti a casa. Tanto valeva star dentro. Chissà perchè cazzo decidiamo sempre al freddo. Boh.
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Pezzo scritto quando Davide del Lux pesava meno di 130 chili
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