mercoledì 7 maggio 2014

Afa

Tutto io so, Odhinn,
dove hai nascosto il tuo occhio,
nella fonte famosa di Mìmir;
Mìmir beve il met
ogni giorno
sul pegno di Valfodhr. 

Snorri Sturluson, Edda Recente



Apri un occhio, o almeno ci provi, poi l’altro (esattamente, non riesci a muovere le palpebre in contemporanea): attorno a te solo quello che una volta sembrava un lenzuolo e tanto, tanto sudore.
Quello che da anni è il tuo cuscino, a cui ti avvinghi ogni notte più stretto di qualsiasi amore della tua vita, è ora una massa informe calda, unta, macchiata da aloni più scuri che coincidono con l’impronta della tua testa.
L’ora è imprecisata, teoricamente dovrebbe essere mattina, ma verosimilmente questa è passata da un pezzo; tutto quello che sanno i tuoi sensi, però, è che c’è molta, troppa luce. Così come sono coscienti che la temperatura è veramente qualcosa di caldo al limite della sopportazione. È come stare in una sauna infernale, che in questa città prende il nome di Agosto.
Quando recuperi il completo controllo dei tuoi occhi, una volta liberatoti delle della massa vischiosa di liquido lacrimale che intrappola le tue ciglia, provi a fare il punto della situazione.
Sei completamente nudo, appiccicoso, e hai la fronte cosparsa di goccioline di sudore che si tuffano, di tanto in tanto, giù per il tuo naso.
La quantità di birra ancora contenuta nel tuo corpo si fa sentire eccome, premendoti il cervello contro le pareti del cranio, pesandoti nello stomaco come un’incudine, fermentandoti in bocca, fuoriuscendo dal tuo retto sotto forma di lunghissimi e mefitici sbuffi. Le tue mani sono gonfie e nodose (non hai mai trovato una spiegazione per questo, vero? Eppure ormai sai che va sempre così).
Provi ad alzarti: lo sforzo dei tuoi muscoli si appropria del poco sangue che circolava nella tua testa e ti fa quasi perdere conoscenza per un microsecondo; è troppo, non reggi il trauma e ricadi, senza vita, sul tuo giaciglio. Ti ci vorranno un altro paio di tentativi, il risultato sarà che ti troverai seduto sul margine del letto a fissarti le dita dei piedi, vergognosamente sudicie.
Diciamocelo, se consideriamo le tue facoltà mentali, la tua energia e la tua voglia di vivere, queste corrispondono letteralmente a quelle di una larva. Niente più. Una larva che forse l’unica voglia che ha in questo momento è quella di spararsi, ma che se avesse una pistola sul comodino (quante volte l’hai bramata!) non avrebbe nemmeno la forza di impugnarla.
Bella vita. Ma, lo sai, non devi essere troppo severo con te stesso.
Pensa al tuo passato più prossimo. Pensa a ieri sera.
Meno di dodici ore fa eri un essere mitologico, un semidio.
Eri forte, eri energico, eri splendido, eri logica ferrea e allo stesso tempo creatività pura. La tua sicurezza in te stesso, a ragione dettata dalla nobiltà della tua persona, ti conferivano un’aura di infallibilità, con cui generosamente aspergevi gli astanti liberandoli da peccati originali e non.
Gentilmente, aristocraticamente, concedevi la tua presenza ai più, chiedendoti, durante le tue lunghe apnee in questo bagno di folla, se fosse più edificante per te, ebbro della loro devozione, o per loro, poveri stolti mondati dalla tua vista.
Non eri solo in tutto questo, no. Giammai. Non eri l’unico dio in terra, così come del resto mai hai desiderato esserlo.
Ti accompagnavi con i fratelli del tuo Pantheon, anch’essi dotati di poteri sovrumani e terribili, che cavalcavano, in sella ai loro corsieri, le tenebre al tuo fianco.
La vostra prestanza da Dioscuri, unita all’intelletto divino che vi contraddistingueva, vi rendeva amati e rispettati nei quattro angoli di questa piatta Terra, fino ai confini dell’Universo.
I vostri corpi dalla bellezza titanica, combinazione armoniosa della forma umana con quella di esseri ultraterreni, incuteva timore in chi si imbatteva in voi: c’era chi aveva la metà del corpo di ippogrifo, chi la pelle del dragone, chi le sembianze del tritone, chi ancora i colori del serpente piumato.
Non una occasione per dimostrare il vostro valore nella guerra della notte fu ieri sprecata, non una battaglia fu perduta: nei giorni a venire, le saghe che avrebbero narrato le vostre gesta sarebbero state scolpite nell’eternità.
Cosa rimane ora di tutto questo? A parte violenti postumi, un caldo amazzonico e un’umidità asfissiante, sembrerebbe davvero poco. Molto probabilmente te lo sei semplicemente sognato.
Ti trascini al cesso, pisci (seduto, troppo sbatti farla in piedi), e quasi senza spiegartelo riesci a raggiungere il divano.
Ti spalmi su di esso, socchiudi gli occhi: ti sembra quasi di sentire l’alcol che dal cervelletto evapora fuori dalle orecchie. Sudi.
Realizzi (e ne avresti fatto volentieri a meno) che l’aria è pervasa da un rumore di sottofondo, incessante, insopportabile, meccanico. Sono cicale. Sai che dovrai conviverci ancora per qualche ora almeno, pensi di non meritare tutto questo, ora che stai già battagliando contro le spoglie della serata precedente. Ti chiedi se questo frinire non sia in fondo il rumore dell’immensa, invisibile fabbrica che produce questo caldo da foresta pluviale.
Non hai una normale percezione del tempo, le stesse lancette dell’orologio sembrano condividere il tuo stato d’animo, trascinandosi in avanti senza una logica e un ritmo preciso.
Sono passati pochi minuti, forse alcune ore, forse diverse settimane. Sai solo che ciò che non è mutato è la stagione.
Sei abbandonato a te stesso, la casa è vuota; i tuoi, pur avendo il triplo dei tuoi anni, cercano di colmare la loro sete di vita (sì, loro la possiedono) cercando posti freschi, lambiti dal mare, attraversati dal leggero vento di montagna oppure semplicemente sotto l’ombra dei pioppi tra le ondulate colline.
In casa con te resta solo il cane, il cui corpo fa parte ormai delle piastrelle della cucina; di tanto in tanto ti guarda, si dà una leccata al pisello e torna a dormire. Certe volte pensi che forse lui ha capito tutto.
Accendi il computer, ti metti su internet, finisci a guardare video inutili e a leggere su qualche social network dichiarazioni ancora più inutili di persone insulse. Vedendo qualcuno che ha scritto qualcosa sul film “L’uomo che fissava le capre”, pensi che se mai girassi un porno zoofilo lo intitoleresti “L’uomo che fistava le capre”, e dentro di te ridi. Già, ridi, testa di cazzo, compiaciuto dell’umorismo di merda che la tua misera condizione genera. E allora continua a ridere, stronzo. Continua pure a umiliarti col sorriso stampato sulla faccia, condividi così la tua meschinità col resto del genere umano!
Già che hai il computer in mano, fai anche un salto su un paio di siti porno e decidi di masturbarti. Il caldo e la poca forza ti fanno però desistere a metà dell’opera, madido di sudore e con l’uccello ancora moscio in mano. “Nemmeno una sega,” pensi, “nemmeno quella”.
E la tua mente corre nuovamente alla sera prima. Parlare di libido non ha senso, a questo punto. Quando con i tuoi pari decideste di conquistare il cuore delle ninfe più belle dell’Eden in cui siete cresciuti, sì può raccontare solo dell’estasi di un superiore amore cavalleresco.
Parlo del momento in cui, dentro le vostre bardature crisoelefantine, vi scagliaste al galoppo sui vostri destrieri suscitando l’ammirazione e lo stupore delle stupende dee, rubandone l’anima.
Rammenti quando ti lanciasti, bello come il sole nascente, elegante e potente come un cavallo alato, vestito solo dei riflessi cangianti della luce lunare, sulle labbra della naiade più bella? Rimembri la sua bocca di petali di rosa, i suoi occhi color di smeraldo, la sua pelle d’ambra incorniciata dalla sua chioma d’ebano? Il profumo di sandalo e cardamomo effuso dai suoi pori ancora alberga nel tuo impavido cuore.  
In realtà, tentando invano di proseguire con questi pensieri, ti chiedi perché questo ricordo si interrompa esattamente in quel punto. Una parte del tuo cervello (ma solo una particina, eh!) ti suggerisce che le cose potrebbero essere andate diversamente; che per esempio da pegaso che ti reputavi, intento a posarsi sulla più bella delle passiflore, possedessi la grazia di una carcassa bovina appesa in una cella frigorifera, nel momento in cui cade addosso al maldestro macellaio che l’ha urtata - esperienza di cui questi, peraltro, avrebbe fatto volentieri a meno. E fa’ te che nemmeno il paragone passiflora-macellaio è casuale.
Beh, tu non badarci troppo. Non ti curare degli scherzi che a volte giuoca la mente, della zizzania che semina. Sono solo demoni.
Stai un po’ meno peggio, nel frattempo. Non sei certo un bel vedere, però pare che nel tuo elettroencefalogramma si sia smosso qualcosa, e lentamente, senti che le tue sinapsi hanno ripreso una qualche attività, così come le tue gambe ti permettono la posizione bipede e la tua pressione sanguigna è a livelli umani.
C’è ancora un canicola fottuta, ma qualcosa sembra cambiare là fuori: il frinire sta smettendo di essere assordante, segno che nella fabbrica del caldo qualcuno sta cominciando a timbrare l’uscita. La luce non è più così abbagliante ora, piuttosto sembra indugiare in macchie dorate su pareti e finestre delle case di fronte.
Ti impegni in un considerevole sforzo mentale, e la tua intelligenza partorisce una decisione di una lungimiranza senza pari, se confrontata col resto della giornata: ti farai una doccia e ti nutrirai.
Mentre lasci che l’acqua lavi via lo sporco e la sofferenza di quelle infinite ore senza scopo, portandoti un piacere quasi orgasmico (ma, vuoi dire che allora il godimento esiste?!) rifletti e ti convinci che è buffo vivere nella tua città. Realizzi, infatti, che si tratta di un luogo contraddistinto da un’umidità tale per cui puoi vivere un intero inverno sottozero, con gelate ininterrotte tra dicembre e febbraio, e un’estate settata sui 45°C percepiti (le mezze stagioni, ça va sans dire, non ci sono più da un pezzo). Per non parlare, poi, della quantità di nebbia nettamente superiore alla media. Beh, se non altro si direbbe che un qualche primato il tuo municipio ce l’abbia, no? Errore, perché esistono terre non troppo lontane dove fa ancora più caldo, e una città, una sola, con più nebbia di questa. “Così sfigati che anche alla gara del più sfigato arriviamo secondi”, pensi.
Mentre ti crogioli in queste riflessioni edificanti e di sentito affetto verso la tua città, ti dirigi in cucina per rifocillarti alla bell’e meglio; vieni così sorpreso dai tuoi che rientrano, stanchi ma felici, dalla loro gita fuori porta.
Se c’è qualcosa di più ributtante di una larva, quello è rappresentata da una larva che ha la pretesa di camminare, e cioè, in questo momento, tu.
Tuo padre se ne rende conto, e non può fare a meno di ricordarti quanto tu sia inconcludente nella tua vita e pernicioso per il prossimo. Farfugli qualcosa, ma se ruttassi faresti una figura migliore; te ne esci quindi dalla stanza, che è meglio.
È sera, ormai. Continui a essere disgustoso ma, se non altro, non emani troppi cattivi odori. Hai piano piano ripreso la facoltà di scambiare parole, cosa che ti rende perlomeno socialmente accettabile. Fuori comincia a fare un po’ più fresco, o meglio il caldo cala a livelli di vivibilità, mentre delicati e fugaci aliti di vento ti accarezzano la faccia. Sperimenti tutto questo sul balcone, e decidi che vale la pena di esplorare il mondo esterno. Non hai molti cazzi di uscire, a dir la verità, lo fai più che altro per non sporcare ulteriormente la tua già lurida coscienza di sprecatore di vita.
Nonostante la tua condizione sia misera, da tempo la condividi con dei poveri stronzi come te (che tu chiami amici), se non altro per sostenervi a vicenda. Decidi di raggiungerli. Non li contatti nemmeno, vivi in un luogo tale per cui sai già che li troverai in un determinato posto ad un certo orario, e sei già a conoscenza di quello che staranno facendo.
Sei per strada, ti trascini con la sicurezza tipica del neofita di una comunità di recupero, vedendo chiaramente negli occhi dei passanti la pena che provano per te.
Raggiungi infine i tuoi stronzi amici, li trovi intorno a un tavolo a bere. Hanno la stessa espressione tua e lo stesso portamento deforme, le merde. Febbrilmente ti siedi con loro, e quasi automaticamente ordini una birra.
Ti servono, porti la caraffa alle labbra e bevi; è fresca, quella cazzo di birra, sembra quasi buona. La repulsione verso gli alcolici che ha riempito la tua giornata pare, sorso dopo sorso, svanire in un mare di schiuma. E piano piano, lentamente, scopri di avere un cervello. Ti ritrovi pensante, riesci a formulare opinioni, persino giudizi. Riesci quasi a essere divertente. E allora un’altra birra, e una terza e poi ancora una quarta. E un gin tonic. E pure un amaro, via. Hai ripreso colorito e vigore ora, ricordi vagamente una persona.
Gli altri hanno smesso di guardarvi con compassione, ma in fondo non te ne importa poi tanto. Anzi, non ti curare nemmeno di quei tre seduti un po’ più in là, che fissandovi con malcelato disprezzo blaterano qualcosa a proposito dei “pienari molesti di ieri sera”. Si tratta solo di poveri stolti, la loro mente non può comprendere.
D’altronde, dovresti saperlo, sono solo dei mortali.
Ma certo. E improvvisamente, la realtà si dispiega cristallina davanti a te: ti guardi per un istante, per poi lasciar percorrere ai tuoi occhi le figure dei tuoi germani forgiati dalla notte; il bagliore sprigionato dai vostri corpi di numi, per un attimo, quasi ti acceca.
Eccovi, maestosi e tremendi nella vostra superiorità celeste, pronti a solcare i nembi delle tenebre per fare vostre le stelle, mentre vi accingete a scendere in mezzo agli uomini per mostrare loro ciò che non potranno mai essere.
La vostra potenza benevola si potrà però mostrare compassionevole di fronte alle loro miserabili anime impure, e con un semplice sguardo le potrete purificare.
Cavalcate, combattete, amate, odiate, godete, create! L’universo vi attende, la notte della vostra Gerusalemme Celeste vi brama, le ninfe languiscono per voi, gli umani elevano a voi alte pire votive!
La storia vi sta rimirando, mentre le vostre armature rifulgono nel montare in sella ai vostri giaguari piumati. C’è odore di battaglia, nel vento.
È giunto il tempo di cavalcare fino all'aurora, nei secoli dei secoli.
Sei finalmente sveglio.  
Non più larva, ora titano.




6 commenti:

  1. Ebreo dalla provincia di Ferrara7 maggio 2014 alle ore 17:02

    Il giardino dei fisting continui dove lo mettiamo?

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  2. No vabbè, capolavoro assoluto questo. Qui stiamo scoprendo dei talenti ASSOLUTI!

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  3. Giovanni Castagnetti7 maggio 2014 alle ore 19:36

    nel paese delle lattughe anche una larva è un titano

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    1. Giovanni Castagnetti ma vai a ballare con i negri che è meglio, dai!

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  4. stase al pick up ci diamo, chi c'e'?

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PENOSO.