mercoledì 14 maggio 2014

Master and Lisander


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It is an ancient Mariner,
And he stoppeth one of three.
«By thy long grey beard and glittering eye,
Now wherefore stopp’st thou me?
 
The Bridegroom’s doors are opened wide,
And I am next of kin ;
The guests are met, the feast is set:
May’st hear the merry din.»
 
He holds him with his skinny hand,
«There was a ship,» quoth he.
«Hold off ! unhand me, grey-beard loon !»
Eftsoons his hand dropt he.
 
 
He holds him with his glittering eye—
The Wedding-Guest stood still,
And listens like a three years’ child:
The Mariner hath his will.

S.T. Coleridge, The Rime of the Ancient Mariner



Lisander stava per realizzare il suo sogno. Aveva vissuto la sua intera giovinezza in una cittadina dell’entroterra, costantemente attanagliata dalla nebbia e dall’umidità. Il clima poco favorevole aveva minato la sua già precaria salute, rendendolo assai cagionevole e avvezzo a contrarre qualsiasi forma di malattia, conosciuta e sconosciuta. La cura del suo fisico, naturale conseguenza al problema di avere un sistema immunitario inesistente, era una sua ossessione. Per questo motivo, teneva particolarmente alla sua igiene personale e al mangiar sano. Provenendo da una famiglia facoltosa aveva avuto la possibilità di studiare, riuscendo anche a laurearsi. Aveva trovato un lavoro, che gli consentiva di mantenere un dignitoso stile di vita e di coltivare le sue varie passioni: quella per i distillati; quella per la canapa indiana (di cui era estimatore) e, in fine, la pratica della sighinaggine, l’antica arte dell’essere molesto verso il prossimo. Nonostante tutto questo, Lisander non era contento: il suo lavoro non gli piaceva, e i suoi problemi di salute lo costringevano a girare con uno scalda collo e un giacchettino anche nei torridi Agosti della sua terra. Per questo decise che era ora di cambiare. Aveva vagliato varie opzioni, ma la scelta alla fine era stata fatta: si sarebbe imbarcato su una nave vivendo la vita del marinaio, ispirato dai racconti di pirati che aveva letto e dal fatto che, comunque, è noto che l’aria di mare fa bene. Non aveva la minima conoscenza della vita marinaresca ma questo non lo spaventava: avrebbe imparato in fretta.
Si figurava già da tempo il suo arrivo al porto: imperiose navi ormeggiate alle banchine sulle quali alti ufficiali, umili scaricatori, abili mercanti, curiosi perdigiorno e persone dai più remoti angoli del mondo si muovevano in un ordinato caos, attorniati da esotiche mercanzie provenienti dai sette mari. Avrebbe chiesto di essere imbarcato  su uno di quei velieri, che lo avrebbe portate verso nuove avventure, nuovi sballi e, forse, la salute fisica, veleggiando verso il sole. Niente di tutto ciò avvenne. I profumi di spezie dalle Indie e di frutti dalle Americhe non c’era, sostituito invece da un puzzo di latrina misto a pesce marcio; sulle banchine quasi deserte, le uniche figure che si aggiravano erano loschi figuri e qualche caso umano, che non esitarono a intortare un infastidito Lisander sui più disparati argomenti. Non c’erano i poderosi velieri che si era immaginato. Dalla nebbia che attanagliava il porto, emergeva solo la sagoma di una piccola goletta. Alcuni marinai erano intenti a caricare dei bauli sul bastimento: decise di andarci a parlare per avere informazioni. Si avvicinò ad uno di essi, che controllava le operazioni di carico: era un uomo tarchiatello dalle gambe sottilissime e con lo sguardo di chi aveva sfidato i più terribili pericoli,  ed era stato sonoramente sconfitto. “Buongiorno signore, il mio nome è Lisander Mac Saw. Sarei interessato ad andar per mare: vi serve forse un uomo in più a bordo?” “ No, siamo a posto” rispose seccamente l’uomo. Quella risposta così perentoria, che non ammetteva repliche, sconvolse il povero Lisander. “Che sciocco sono stato” pensò tra sé “Mi ero illuso di arrivare qua e di trovare una nave che mi avrebbe accolto subito a braccia aperte, portandomi lontano in cerca di avventure.” Era perso in questi tristi pensieri quando il marinaio lo fermò “Sa, dai. Forse posso aiutarti. Credo che ci sia posto per te.” “Davvero? Parla sul serio?” esclamò Lisander, pervaso dall’euforia. “Devo prima parlarne col capitano, ma credo che si possa fare” rispose il marinaio “tu aspettami qua sul molo, tornerò il prima possibile” e così dicendo saltò con la grazia di un gatto di marmo a bordo della goletta “A proposito, mi chiamo John Sfoll, ma puoi chiamarmi Bimbo” e scese sotto coperta.
Lisander era al settimo cielo: la fortuna cominciava a girare dalla sua. Mentre aspettava il ritorno di Bimbo, esaminò la barca. Era una semplice goletta, niente di particolare. A poppa c’era scritto il nome, in caratteri blu su sfondo bianco: Beth; mentre a prua si stagliava una voluttuosa polena dallo sguardo ammiccante. Sul ponte l’equipaggio era indaffarato: un marinaio era intento a far su delle cime; un altro, intento a trasportare a braccia un voluminoso baule, faceva partire un bel bestemmione ogni qual volta il suo carico urtava qualcosa; un altro sonnecchiava rumorosamente e sembrava più un mucchio di stracci che un essere umano. La maggior parte dei marinai, però,  era seduta sul ponte in cerchio, intenti a parlottare e a passarsi lunghe sigarette aromatiche. Lisander riconobbe in quella scena l’antico rituale del Joll’on, pratica marinaresca per ingraziarsi gli dei del mare e spaccarsi ammerda contemporaneamente.  Dopo un po’, Bimbo riemerse sul ponte e chiamò Lisander “Giovane, vieni su. Il capitano vuole parlarti.”. Lisander si issò sulla barca: seguì Bimbo sotto coperta, che lo guidò verso la cabina del capitano “ Mi raccomando” lo apostrofò “Il capitano è un vecchio lupo di mare, legato alle tradizioni. Non essere irriverente e rispondi alle sue domande. E’ conosciuto per i mari come lo Squaletto, e gli piace squaleggiare”. Detto questo, aprì la porta della cabina e spinse dentro uno spaventatissimo Lisander. La cabina era buia, fatta eccezione per la luce proveniente da una lanterna appoggiata su di un tavolo. Gli ci volle qualche tempo per abituarsi a quella penombra. Una volta abituatosi, fu in grado di vedere la scena che gli stava innanzi: il tavolo era un vecchio calciobalilla, lo sport dei re, riadattato a scrivania. Su di esso erano sparse vecchie carte nautiche e diari di bordo. All’altro lato dell’improvvisata scrivania, si trovava un’imponente sedia sulla quale era seduto il Capitano. Alle sue spalle, nella penombra, si stagliava un’imponente figura. Il Capitano era intento a leggere una lettera: questo diede il tempo al giovane di studiarlo. I lineamenti del viso tradivano la sua provenienza dai mari del Sud: lunghi riccioli neri incorniciavano il suo viso da scugnizzo, arso dal sole dei tropici; i suoi occhi, nascosti dietro a spessi occhiali da vista, saettavano da una parte all’altra del foglio come lampi. Anche da seduto, si intuiva che aveva un fisico imponente, temprato dagli elementi e resistente come roccia. Il Capitano posò il foglio che stava leggendo e diresse il suo sguardo su Lisander “Bene signor Mac Saw, lasci che mi presenti: il mio nome è Andrew Simested, e sono il capitano di questo vascello. Questo buon uomo alle mie spalle è il mio Primo Ufficiale, il signor Alex Walberg.” Dalla penombra si fece avanti la misteriosa figura che torreggiava dietro al Capitano: il signor Walberg era un uomo dalla corporatura cospicua, vestito con un’eleganza rovinata solo dalla scelta di colori dei suoi indumenti. Due tratti del suo viso catturarono l’attenzione di Lisander: gli occhi, un po’ a palla, in grado di ipnotizzare e un folto barbozzo, portato com’era di moda tra i fresconi della City. “Mastro Bimbo mi ha detto che sarebbe interessato ad unirsi a noi per il prossimo viaggio. Noi dobbiamo partire al più presto, e ci serve un uomo che badi alla cucina. Lei è già stato per mare, signor Mac Saw?” Lisander non seppe cosa rispondere: mentire per farsi prendere e poi magari farsi abbandonare su un’isola deserta dal tremendo Capitano Squaletto, o essere sincero e sperare nella magnanimità di quell’uomo? La decisione fu presto presa “Oh, certo che son stato per mare. Sono espertissimo di navi! Da piccolo avevo addirittura il LEGO dei pirati.” Il Capitano lo guardò intensamente coi suoi occhietti indagatori “Bene” disse in fine “allora credo che non ci siano problemi. Il posto è suo, sarà il nuovo cuoco. Benvenuto a bordo!” Il cuore di Lisander traboccava di gioia: ce l’aveva fatta! Il suo sogno si stava per realizzare. Riusciva a stento a crederci “La ringrazio infinitamente, capitano. Non la deluderò. Sarò felice di cucinare per tutti voi. Macedonie, insalate di riso, gustose Capresi, anolini in brodo, du pescetti e poi…!” “Ehm, non credo proprio, signor Mac Saw” lo interruppe lo Squaletto “ Non c’è nulla di simile a quello che ha detto a bordo. Frutta e verdura se le scordi, non ne abbiamo. E per quanto riguarda il pesce, al signor Walberg non piace, quindi niente. In compenso, abbiamo una riserva annuale di tutti i prodotti ottenibili dal maiale. Si arrangerà con quello.” Lisander era sconvolto: niente cibi sani? Era abituato a mangiar frutta almeno dieci volte al giorno, come avrebbe fatto a sopravvivere? Che ne sarebbe stato del suo fisico? “Ma neanche dei pomidorini?” chiese in un ultimo, disperato tentativo. “No, nulla di niente. Mastro Bimbo!” urlò il Capitano “mostri al signor Mac Saw la cucina e dove dormirà”. Dall’esterno della cabina, si sentì la voce di Bimbo “Ma porco Dio, sto fumando una paglia! Gliela faccia vedere lei!” e, subito dopo, “Sa, dai. Faccio io” e in men che non si dica la porta si aprì e comparve Mastro Bimbo “ Vieni Lisander, ti faccio fare un giro.” Uscirono dalla cabina. Mastro Bimbo accompagnò Lisander lungo il corridoio “Bene, dietro questa porta c’è la cucina, dietro questa le amache dove dormiamo. Questo è quanto. Butta pura la tua roba su un’amaca libera e poi raggiungici sul ponte: tra poco si parte.” “ Mi scusi Mastro Bimbo, non c’è per caso un letto?” chiese Lisander “Eh, siam mica all’Hilton qua” gli rispose. Lisander era sempre più sconfortato “Ah, ok. Un’ultima cosa, dove posso lavarmi i denti?” “Lavarsi i denti? Scordatelo. Il capitano non ci permette di usare l’acqua per l’igiene personale, per cui finche sei a bordo, come dice il capitano, si ha da puzzà”. Lisander fece appello a tutte le sue forze per non svenire. In che incubo si era cacciato? Si fece forza e, gettato il suo misero bagaglio alla cieca nella cabina, seguì Bimbo sul ponte.
La ciurma al gran completo era raccolta intorno alo Squaletto, pronto a pronunciare il suo discorso di partenza “Miei prodi, ancora una volta ci accingiamo a salpare. Questa volta, la destinazione sarà la Corsica: il signor Walberg ha letto i vecchi diari di bordo del marchese De Ripon, e c’è scritto che là è pieno di figa: non indugiamo oltre…” mentre il capitano ancora parlava, Lisander bisbigliò verso Bimbo “ Cioè, noi non commerciamo, non siamo pirati, ma andiamo per mare in cerca di figa?” Bimbo lo guardò un po’ stupito “Certo, secondo te perché il capitano è soprannominato Squaletto? Gli piace andare in cerca di giovani sprovvedute, proprio come uno squalo. E il signor Walberg è il suo degno compare in questo” Lo sconforto di Lisander aveva raggiunto livelli insostenibili: lunghi viaggi in mare, niente igiene personale, niente cibi sani, sgobbare tutto il giorno e solo per andare in cerca di giovani pulzelle da sedurre? Aspettò la fine del discorso, che sembrava ormai per concludersi, per dare un’ultima chances al capitano di convincerlo a partire. “Che dire dunque, ciurma. Cominciamo a pulire la barca: deve essere splendente. Appena finito partiremo!” L’urrà meno sentito della storia si levò dalla ciurma: ognuno degli uomini si armò di scope, stracci e spazzole e cominciò a pulire il bastimento. Mastro Bimbo diede a Lisander una pesante scopa “ Tò, prendi questa e cominciamo a pulire. Se puliamo come Dio comanda, e come il Capitano vuole, tra 3 giorni dovremmo riuscire a patire.” In quel momento, qualcosa nel cervello di Lysander si ruppe: era il precario equilibrio mentale che era riuscito a mantenere con tanto sforzo fino ad allora. Esplose, semplicemente: cominciò a rompere cose; insultò tutto e tutti; nelle sue mani, come per magia, comparvero dei petardi, che non esitò a scagliare tra i piedi della ciurma che cercò riparo sotto coperta non prima di aver sputato addosso all’incolpevole Bimbo. Finito il momento di follia, si ritrovò solo sul ponte. Con calma olimpionica, Lisander si accese una sigaretta. Aspirando a pieni polmoni, si lasciò andare a profonde riflessioni “Che stolto! Andar per mare? Ma siam matti? Aveva ragione il buon vecchio Darius: mai lasciare la provincia, è uno sbatti e basta!” e, così dicendo, scese dalla Beth: abbandonò lo Squaletto e la sua ciurma al loro destino e fece ritorno a casa, sconfitto ma più saggio di prima.

4 commenti:

PENOSO.